Cultura
Ridata dignità alle opere di Coco: nasce il “Museo di satira di costume”
di Vittorio Fiorenza
Per anni sono rimaste appese alle pareti della sala conferenze di Villa delle Favare. Una sorta di “tappezzeria”, spesso impolverata e in alcuni punti funzionale a nascondere umidità e scrostamenti. Opere mai valorizzate, mai inserite in circuiti di promozione adeguati al loro valore. I disegni di Giuseppe Coco –oltre un centinaio, che lo stesso illustre fumettista di origini biancavillesi aveva donato al Comune– in altri contesti sarebbero stati sufficienti ad attrarre appassionati e a costruirci attorno un’infinità di eventi. Invece, Biancavilla ha fatto calare l’oblio su una strepitosa collezione e un artista che con il suo inconfondibile tratto di matita e vivaci colori ha raccontato vezzi e vizi, pure con una produzione apposita dedicata alla sua città natale, dove –si sa– è meno noto e apprezzato che fuori.
Ecco perché è da applaudire la realizzazione di una mostra permanente dei disegni di Coco. Quei quadri appesi confusamente nella sala conferenze adesso hanno trovato una degna collocazione nei locali espositivi (quelli a destra, appena si entra nella corte). C’è un percorso da seguire, una logica nella sequenza scelta. In sostanza un vero e proprio “Museo della satira di costume”, come è stato definito. Quanto è costato? Zero euro. È bastato dare adeguata valorizzazione al patrimonio già posseduto dal Comune. In via eccezionale, 17 disegni di Coco dell’età giovanile sono stati prestati dagli eredi e si possono anch’essi ammirare in questi giorni.

Certo, adesso bisogna fare un lavoro di promozione, organizzazione di eventi, coinvolgimento di critici, esperti e appassionati dell’humor di Coco. Ma già è tanto avere dato a quelle opere geniali una vetrina appositamente dedicata. Tutto merito della Pro Loco e dell’associazione CocoComics di Francesco Di Mauro e di Placido Lavenia, che si sono letteralmente sbracciati le maniche e sporcato le mani per la realizzazione dell’esposizione, anche mettendo di tasca propria per l’acquisto di alcuni materiali. Hanno dato il loro contributo Salvo Benina e Placido A. Sangiorgio, conoscitori del Maestro con cui hanno condiviso un’autentica amicizia fino alla sua scomparsa, avvenuta nell’agosto 2012. Il taglio del nastro è toccato al sindaco Antonio Bonanno e agli assessori della sua Giunta, oltre ai nipoti di Coco.
Una inaugurazione che coincide e che si lega al festival internazionale del fumetto “Etna Comics”, che da quest’anno (fino al 9 giugno) e in maniera permanente ospiterà un premio intitolato proprio a Coco. L’amministrazione comunale partecipa e patrocina l’evento, la cui proposta era stata discussa diversi mesi fa in un incontro a Villa delle Favare con gli organizzatori di Etna Comics, a cui anche Biancavilla Oggi –oltre a Pro Loco e CocoComis– aveva preso parte, sostenendo il progetto di una promozione permanente dell’artista biancavillese, una sorta di Andy Warhol italiano. Alle Ciminiere di Catania vi sono 34 sue opere esposte: metà prestate dal Comune e l’altra parte messa a disposizione dai nipoti del vignettista. Un primo passo –come mai era stato fatto prima– per liberare il genio creativo di Giuseppe Coco e (ri)portarlo anche fuori dalle mura di Villa delle Favare e dai confini biancavillesi.

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Cultura
”A Paci”, un palcoscenico di fede e tradizione, emozioni e coesione sociale
Un evento in cui si intrecciano teologia cristiana, ritualità popolare e meccanismi socio-psicologici
Le tradizioni pasquali di Biancavilla compongono un linguaggio simbolico ricco e stratificato. Teologia cristiana, ritualità popolare siciliana, meccanismi psicologici dell’attesa e dinamiche socioculturali si intrecciano, dando vita a un’esperienza collettiva che celebra la rinascita in tutte le sue dimensioni.
La Pasqua qui è festa, ma anche teatro, psicologia e vita comunitaria che si incontrano tra piazze, chiese e case. Ogni gesto, ogni dolce, ogni abito nuovo diventa un ponte tra passato e presente, trasformando la celebrazione in un rito di rinnovamento collettivo che unisce fede e tradizione.
A cascata da’ tila: lo stupore della rivelazione
Fino agli anni ’60, a Biancavilla il momento più atteso cadeva a mezzogiorno del Sabato Santo. In Chiesa Madre, al suono delle campane, avveniva la Resurrezione e, all’improvviso, cascava a tila: il grande drappo che celava il Cristo Risorto.
Non era solo un gesto liturgico: dal modo in cui il telo scendeva si traevano auspici per l’annata agricola, segno del legame profondo tra fede e vita quotidiana.
Il rito affonda le radici nella tradizione medievale del velare le immagini sacre durante la Quaresima, simbolo di attesa e lutto. Lo svelamento rappresenta invece la rivelazione e la vittoria della vita sulla morte: un meccanismo universale, fatto di sospensione e sorpresa, che culmina in un momento di forte impatto emotivo.
Oggi la tradizione è stata recuperata in diverse parrocchie biancavillesi (ultima Santa Maria dell’Idria), e continua a emozionare. La caduta improvvisa del drappo rompe l’attesa e trasforma lo spazio sacro in un’esplosione di luce e gioia condivisa.
“A Paci” e l’Angelo che danza: la festa dell’incontro
La Domenica di Pasqua, il centro storico si trasforma in un grande palcoscenico. Già dalla tarda mattinata, l’Angelo compie tre viaggi dalla Chiesa dell’Annunziata alla Matrice per annunciare alla Madonna la resurrezione di Cristo.
In piazza Collegiata, le statue adornate di fave, spighe e fiori primaverili si incontrano e vengono fatte sfiorare dai portatori, mentre l’Angelo “balla”. Questo rito, da sempre chiamato “a Paci”, rappresenta la riconciliazione tra Dio e gli uomini, espressione popolare della Nuova Alleanza.
Applausi, campane, fuochi d’artificio e musica di banda accompagnano la scena. I movimenti sussultori delle statue richiamano antiche forme di danza: gesti che esprimono elevazione, liberazione e passaggio dalla tensione della Quaresima alla gioia della festa.
“A Paci” è, da sempre, un momento di forte coesione sociale: la comunità si ritrova, condivide emozioni e rinnova i propri legami.
U ciciliu: il sapore della memoria
Tra i simboli più dolci della Pasqua biancavillese ci sono i cicilìa: ciambelle di pane con uova sode e decorate con “cimini” colorati. Le forme — cestini, colombe, fiori, cuori — richiamano fertilità e rinascita, tra il pane che si trasforma e l’uovo che custodisce la vita.
Un tempo la loro preparazione era un vero rito domestico. Famiglie, vicini e bambini partecipavano insieme, trasformando la cucina in un luogo di condivisione e trasmissione di saperi.
Nei giorni precedenti alla festa, i cicilìa venivano donati a parenti e amici: più forte era il legame, più ricca era la decorazione. I fidanzati, ad esempio, si scambiavano dolci con dodici uova. Un gesto semplice, ma carico di significato, che racconta un tempo in cui i legami si nutrivano anche di piccoli simboli.
U vistitu novu: il segno del rinnovamento
Fino a pochi decenni fa, indossare un abito nuovo a Pasqua era una tradizione molto diffusa a Biancavilla, come in gran parte del Sud Italia. Nei giorni precedenti, le famiglie preparavano con cura gli abiti migliori, mentre i bambini attendevano con entusiasmo il momento di indossarli.
Non si trattava solo di un fatto estetico: il vestito nuovo segnava simbolicamente l’arrivo della primavera e della rinascita. Era un modo per sentirsi parte della festa e della comunità, rafforzando insieme identità personale e senso di appartenenza.
Una lezione che va oltre la festa
La Pasqua a Biancavilla insegna che la rinascita non è solo un simbolo religioso: vive nei gesti, nei riti e nelle relazioni.
Quando cade a tila, quando l’Angelo danza tra la folla, quando i bambini indossano l’abito nuovo, non si celebra soltanto la Resurrezione: si rinnova un legame collettivo fatto di fiducia, tradizione e partecipazione.
In un mondo segnato da divisioni, queste usanze offrono una lezione attuale: la rinascita nasce dalla condivisione e dalla capacità di riscoprirsi comunità. La Pasqua, celebrando la resurrezione di Cristo, invita a guardare oltre: oltre il presente, oltre le differenze, oltre le difficoltà.
Ogni anno, a primavera, torna a ricordarci la bellezza della vita che rinasce e la forza della condivisione. Perché il rinnovamento più autentico non è solo spirituale: è anche sociale, e prende forma nei gesti semplici di una comunità che sa ancora ritrovarsi. Buona Pasqua.
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Chiesa
Una tela pasquale nella chiesa dell’Idria fra tradizione e simbolismo cristiano
L’opera pittorica è stata realizzata da Alfredo Sergi e Francesca Crispi grazie ad una donatrice
Nella parrocchia “Santa Maria dell’Idria” di Biancavilla, gli artisti Alfredo Sergi e Francesca Crispi hanno realizzato una suggestiva tela pasquale che unisce tradizione, simbolismo cristiano e profonda ispirazione biblica. La tela, destinata ad accompagnare l’ultimo periodo della Quaresima, rappresenta la Croce di Cristo circondata da angeli e simboli della Passione, richiamando il significato teologico della redenzione e della speranza.
«Sono lieto – sottolinea il parroco, don Giovambattista Zappalà – che una signora abbia voluto donare la creazione questa tela, che finora la parrocchia dell’Idria non possedeva, e soprattutto sono soddisfatto che a realizzare il dipinto siano stati due giovani della nostra parrocchia».
La tela raffigura al centro una grande croce lignea che si staglia tra le nubi luminose, sostenuta e circondata da figure angeliche. In alto compare la scritta INRI, abbreviazione di Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, la stessa iscrizione posta sulla croce di Gesù secondo il racconto del Vangelo. Accanto alla croce si notano elementi fortemente simbolici: un angelo mostra la corona di spine, mentre altri angeli sorreggono il lenzuolo funerario che ha avvolto il corpo di Gesù. Nella parte inferiore dell’opera appare la scritta Ave Crux Spes Unica, espressione latina che significa Ave croce unica speranza. Frase tratta da un antico inno liturgico, nel quale la Croce viene indicata come strumento di salvezza dell’umanità.
Stile antico, sensibilità moderna
«Una grande emozione per me aver realizzato questa tela, dipingere la croce gloriosa di Cristo mi ha fortificato nella fede e sul piano professionale», afferma Sergi. «Un’esperienza che arricchisce dal punto di vista umano e professionale», aggiunge Crispi.
La croce non è solo simbolo di sofferenza, ma soprattutto segno di salvezza e vittoria sulla morte, tema centrale della Pasqua. L’opera si inserisce nella tradizione delle tele pasquali, presenti già in qualche chiesa biancavillese, dove l’arte diventa strumento di catechesi e preghiera. Attraverso questa rappresentazione, i due artisti hanno voluto riprendere lo stile delle antiche pitture sacre, mantenendo però una sensibilità moderna, capace di trasmettere ancora oggi il messaggio evangelico.
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