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Abolito lo “sparo” di mezzanotte? È finito il tempo di stare a guardare…

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Blog Alessandro Scaccianoce

Si è scatenato sul web in questi giorni un gran parlare sulle imminenti feste patronali. Ovviamente parliamo degli aspetti folkloristici e collaterali delle manifestazioni religiose. Un dibattito più acceso del solito. Accanto al tradizionale fuoco incrociato di giudizi sul cantante di turno, l’appassionato interloquire mediatico si è concentrato sull’abolizione dei fuochi pirotecnici alla mezzanotte del 6 ottobre.

Il tutto a partire da una delibera dell’Amministrazione Comunale di pochi giorni fa, che dimostra con insolita trasparenza l’esiguità delle risorse a disposizione dell’Ente pubblico per gli annuali appuntamenti della festa ottobrina biancavillese.

Dal canto mio, evito di condividere con i miei colleghi nordici l’appassionato dibattito sullo “sparo”, temendo – anzi essendo sicuro – di essere sbeffeggiato sulle “solite usanze da terroni” che “ridono, cantano e ballano”, ma non affrontano mai i problemi seri…

Provo dunque a sfogarmi attraverso questo spazio, messo a disposizione dal geniale Vittorio Fiorenza.

Che fossero finiti i tempi delle vacche grasse, per la Sicilia e per i Comuni, ahimé, ce n’eravamo accorti da tempo. L’abolizione del “gioco di fuoco” di piazza Sgriccio, di più, mostra emblematicamente che è finito il tempo di stare a guardare, spettatori più o meno attenti, uno spettacolo realizzato da altri.

La questione allora diventa: qual è il futuro della “festa di san Prazzitu”? Potremmo discutere – e lo continueremo sicuramente a fare – sul modo in cui si sarebbero potuti spendere i sessantamila euro a disposizione (avremmo almeno 22.000 idee diverse), ma qui occorre prendere finalmente atto che la festa sta cambiando radicalmente. E per rimanere tale, per conservare la sua carica emotiva e antropologica, deve necessariamente cambiare!

Personalmente diffido di chi predica la povertà e l’austerità “dura e pura”, perché afferma che “non abbiamo bisogno di feste”. Da che il mondo è mondo (senza scomodare il racconto biblico della creazione del 7° giorno e del riposo di Dio), ogni uomo ha bisogno di quell’evento straordinario che interrompe la quotidianità, consentendogli di valorizzare gli affetti e le cose più care, attraverso l’incontro e la condivisione: la festa appunto. Essa dà senso al tempo e lo orienta. Non si tratta dunque, di rinunciare alla festa, ma di garantirle un futuro, nonostante la crisi del tradizionale sistema di recupero delle risorse finanziarie.

Non è “u Sinnicu ca fa a festa”, mettendo in piedi soluzioni e trovate per “stupire con effetti speciali”. Occorre ritrovare – o forse scoprire! – l’iniziativa individuale, la creatività personale, per garantire la sopravvivenza delle nostre feste. Questo non vuol dire esonerare dalle proprie responsabilità chi ha il dovere, per mandato popolare, di individuare le soluzioni migliori, di spendere i soldi con oculatezza, di incoraggiare e stimolare le risorse migliori della comunità. Ma la festa deve essere il risultato di uno sforzo collettivo, deve nascere dal contributo di ciascuno.

Possiamo continuare a lamentarci – è un’opzione congenita per un biancavillese – , oppure possiamo provare a fare qualcosa. Dove sono le associazioni sportive in grado di proporre tornei sportivi (podistici o ciclistici) – a proposito, che fine ha fatto il “trofeo San Placido”? – dove sono le compagnie dilettantistiche nostrane in grado di proporre rappresentazioni teatrali a buon mercato, e le band dei nostri giovani? Banalmente, e se i tanti pasticceri biancavillesi organizzassero una “sagra dello schiumone” (che mi risulta essere tra i nostri prodotti più tipici)? E, perché no, una mostra di opere d’arte di giovani ragazzi emergenti? Per non dire della possibilità di inserire nella festa una sagra della castagna o del mosto…

Anche in questo caso, come già osservato in altri contesti, la crisi economica può costituire davvero un’opportunità. È tempo di crescere, di passare da spettatori ad attori. Anche se, ovviamente, è più facile addossare la colpa a qualcun altro.

Voglio dire, in altri termini, che dinanzi al mutare dei tempi e delle condizioni storiche, siamo costretti a cambiare atteggiamento. Non abbiamo scelta. Occorre uno scatto di coscienza civica, in assenza del quale, qualunque festa è a rischio! Non sarà la fine del mondo, dirà qualcuno, se la finiamo di fare feste… ne abbiamo troppe, di feste… anzi, c’è chi attende con ansia la cancellazione di queste manifestazioni, con buona pace dell’inevitabile “panem et circenses” di romana memoria, salvo poi a cercare altri surrogati della festa in una birra consumata nel pub di turno più affollato dai ragazzi. Sicuramente una festa meno impegnativa!

In realtà il problema della sopravvivenza della festa di san Placido è metafora della difficoltà di individuare prospettive di sviluppo per la nostra città. Vi invito a rileggere questo stesso testo sostituendo alla parola “festa” la parola “città”. Il tema resta invariato.

Da sempre divisi su tutto, pronti a lamentarsi per ogni cosa, oggi per i biancavillesi è finito il tempo di stare a guardare. Lo spettacolo è stato cancellato. Che fare?


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Abolito lo “sparo” di San Placido: 60mila euro per una festa “low cost”

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Pro e contro la cancellazione dello sparo di mezzanotte


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2 Commenti

2 Commenti

  1. ninni

    26 Settembre 2014 at 15:08

    condivido che siamo passivi e dovremmo lamentarci meno e agire di più, peccato però che ogni nuova iniziativa sia lasciata fallire e andare alla deriva! tutte le associazioni nuove fatte di giovani motivati falliscono perchè non c’è un feedback dalla comunità, quella stessa comunità che si lamenta che alla sera non c’è nulla da fare tranne andare al bbking! per non parlare delle istituzioni! sai che diffidenza e menefreghismo nelle scuole quando un associazione culturale prova a coinvolgerle in progetti nuovi? chiedilo a noi, a me, che da mesi sbattiamo contro muri di no per eventi socioculturali, c’è chi non ha soldi, chi non ha tempo, chi non ha risorse… il problema è che non abbiamo più interesse, in niente! le nostre giornate passano facendo a gara a chi si lamenta di più. ma agire mai, non è da biancavillesi forse.

  2. Antonio

    26 Settembre 2014 at 14:31

    Riflessione interessante… Dove sono le compagnie teatrali? Ovviamente ci sono, rispondono sempre, anche sostenendo spese proprie. Non si può negare. Vogliamo poi ricordare che certe associazioni aspettano dal Comune i contributi degli spettacoli di due anni fa? Si, dai ricordiamolo.

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Un maschilismo arcaico duro a morire: basta sfogliare l’albo degli scrutatori

Accade ancora nel 2022: i nominativi delle donne sposate, accostati al cognome dei mariti

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In attesa della consultazione referendaria del 12 giugno, scorrendo l’albo degli scrutatori del Comune di Biancavilla, mi sono accorta che le donne sono identificate mediante nome, cognome e… il cognome del marito. Anzi, peggio, sono esattamente identificate nella forma: Anna Rossi IN Verdi.

Ebbene sì, nell’epoca in cui in Italia finalmente è intervenuta la Corte costituzionale sul doppio cognome, a Biancavilla (certamente come altrove) si sente ancora la necessità di identificare l’appartenenza della donna a un uomo. Ciò, in barba a quanto già da oltre 60 anni ha statuito la Corte di Cassazione. La norma del Codice Civile prevede che il cognome del marito vada aggiunto a quello della moglie quale un diritto della donna, non per obbligo.

Pertanto, non essendo previsto alcun automatismo e volendo, per logica, escludere che tutte le donne di Biancavilla abbiano chiesto l’aggiunta del cognome del marito al proprio, devo concludere che siamo tristemente alle solite.

Infatti, a prescindere dal dato normativo e/o dall’eventuale impostazione tecnica del software utilizzato dal Comune di Biancavilla (e da altri Comuni, come presumo che sia), trovo tutto ciò arcaico, gretto, maschilista e sessista. E non posso che leggerlo come un rimando ad una subcultura sociale degli anni che furono, che fatica a cambiare.

Ipocrisie e subcultura patriarcale

L’importante, però, è che il 25 novembre e l’8 marzo si parli a sproposito di parità di genere, di uguaglianza di diritti. E si urli a gran voce “No alla violenza sulle donne”. Ed ancora più importante è che se ne parli durante le campagne elettorali. L’argomento “donne” è noiosamente utilizzato per acchiappare voti da parte di uomini e di donne che, di fatto, parliamoci chiaro, non sanno neanche quello che dicono.

La nostra ipocrita società non si rende conto che la mentalità e la subcultura maschilista e patriarcale imperanti nel nostro Paese abbiano origine in primis negli stereotipi di genere e familiari che noi stessi alimentiamo. Ne è un esempio l’identificazione della donna con l’aggiunta del cognome del marito. Oppure con l’utilizzo dell’odiosissima espressione “capo famiglia”. O ancora, con l’utilizzo in numerosi moduli di Istituzioni pubbliche (anche scuole!) dell’arcaica definizione di “patria potestà” in luogo della definizione corretta “responsabilità genitoriale”.

C’è da piangere. E c’è ancor più da piangere a pensare che, puntualmente, si debbano sollevare questi argomenti tramite Biancavilla Oggi, unica testata che abbia questa sensibilità. Possibile che nessuno dei politici (donne e uomini) di Biancavilla ed esponenti della cosiddetta società civile se ne siano accorti? Possibile che l’utilizzo di Anna Rossi IN Verdi non abbia disturbato nessuno? È mai possibile? A Biancavilla, sì. Possibilissimo.

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