Chiesa
San Francesco a 800 anni dalla morte: la chiesa dell’Idria ospita una reliquia
Nella parrocchia di padre Giovambattista Zappalà tre giorni di celebrazioni per il patrono d’Italia
Una testimonianza che attraversa i secoli. Una testimonianza che dal Medioevo giunge oggi anche Biancavilla. In occasione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, la comunità parrocchiale dell’Idria si appresta a vivere tre giorni di fede e spiritualità. Dal 16 al 18 marzo, la chiesa ospiterà una reliquia del “Patrono d’Italia”, accompagnata da un ciclo di esercizi spirituali guidati dai frati della Fraternità “Santa Maria degli Angeli” di Catania.
Il programma, che prevede momenti di riflessione ogni sera alle ore 19, è un omaggio alla storia di uno dei santi più amati dal mondo cristiano, ma anche – per i credenti – “un ponte verso l’eterno”.
«Avere una piccola reliquia del suo corpo è segno di una presenza che rimanda alla comunione con la Chiesa del cielo», spiega il parroco, don Giovambattista Zappalà. «La Chiesa – prosegue – custodisce le reliquie come segno di affetto perché rimandano a Gesù. San Francesco è l’esempio massimo di questo legame, avendo amato Cristo al di sopra di ogni cosa».
Il tema scelto per le celebrazioni di quest’anno dai frati francescani di tutto il mondo è suggestivo: “Il corpo di San Francesco d’Assisi come un seme fecondo”. L’immagine evoca una vita che, pur conclusasi otto secoli fa, continua a germogliare e produrre frutti nella società contemporanea.
Padre Zappalà sottolinea come l’attualità del Santo sia disarmante: «Con il Cantico delle Creature, Francesco ci ricorda che la Terra è la nostra Casa Comune. Siamo custodi, non padroni. Il suo storico incontro con il Sultano resta il manifesto di un missionario di pace universale. Francesco non ci insegna la miseria, ma la libertà dal possesso. Eliminare il superfluo per essere davvero liberi».
Il parroco della chiesa dell’Idria sottolinea ancora l’importanza della concretezza nella fede: «Francesco è il fratello di tutti. Tutti abbiamo bisogno di segni. Una spiritualità che rifiuta il segno tangibile rischia di diventare una religiosità sterile e astratta».
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Chiesa
Le celebrazioni per San Placido affidate ai due nuovi parroci Pagliaro e Coco
I sacerdoti appena arrivati nel vicariato presiederanno la messa del 5 e 6 ottobre in onore del patrono
Gli appuntamenti del 5 e 6 ottobre dedicati al patrono di Biancavilla, San Placido, quest’anno impreziosito dalla presenza dei nuovi sacerdoti appena giunti a prestare il loro ministero nel Vicariato di Biancavilla e Santa Maria di Licodia.
La mattina di lunedì 5 ottobre, la celebrazione eucaristica sarà presieduta da don Maurizio Pagliaro, neo parroco di Santa Maria di Licodia. Un dettaglio che richiama l’indissolubile legame spirituale che unisce Biancavilla e la vicina Licodia fin dall’inizio del XVIII secolo. Fu proprio in quell’epoca, il 6 ottobre 1709, che le preziose reliquie di San Placido giunsero a Biancavilla dal territorio licodiese, sede dell’abbazia benedettina, dando impulso a una devozione che travalica i confini cittadini.
Il giorno seguente, la sera di martedì 6 ottobre, la chiesa madre farà da cornice alla messa presieduta da don Nicolò Coco, recentemente nominato amministratore parrocchiale della parrocchia “Santissimo Salvatore” di Biancavilla.
L’affidamento delle due principali celebrazioni dedicate a San Placido ai due nuovi sacerdoti rappresenta un gesto di benvenuto da parte della comunità ecclesiale locale e un segno di continuità nella guida spirituale dei fedeli.
Il 4 ottobre sera, invece, la celebrazione in onore alla Madonna dell’Elemosina vedrà invece la presenza e il ritorno dell’arcivescovo di Catania, Luigi Renna. Tra memoria storica, tradizioni patronali e lo sguardo rivolto al futuro, Biancavilla si prepara così a giorni di ifesta, stretta attorno alla Madonna e ai Santi Patroni.
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Chiesa
La Collegiata, baricentro di potere e prestigio: la fondazione 280 anni fa
Padre Giosuè Messina: «Un’istituzione che custodisce una storia importante e arriva fino a oggi»
Un traguardo storico per Biancavilla e per la Chiesa locale: il 26 settembre 2026 è il 280° anniversario dell’erezione della Collegiata. L’istituzione di un Capitolo di canonici rappresentò per l’epoca una vera e propria scossa di riscatto identitario. In una Sicilia dominata da rigide gerarchie e da un forte campanilismo, una Collegiata significava per una comunità uscire dall’ombra dell’insignificanza geopolitica. Un simbolo di maturità urbana. Un passaporto per il prestigio che permetteva a Biancavilla di sedere “a testa alta” accanto ai centri vicini. La Chiesa Matrice smetteva di essere solo un luogo di preghiera per trasformarsi in un vero baricentro di vita pubblica, un catalizzatore sociale capace di unire le spinte civili e quelle religiose.
Questa cruciale transizione storica è stata minuziosamente indagata da don Giosuè Messina, che per Nero su Bianco Edizioni ha dato alle stampe “La Collegiata di Biancavilla. Tre secoli di storia, trame e dispute ecclesiastiche”.
Don Giosuè, quali furono i motivi religiosi e sociali che portarono a questa fondazione?
Dalla lettura dei documenti d’archivio emerge come – diversamente dalla mentalità odierna – a volere l’istituzione della Collegiata siano stati gli amministratori locali. Le ragioni principali risiedevano nella volontà di soppiantare la prassi poco felice dell’elezione dei cappellani della Matrice, garantire una maggiore attenzione nella cura delle anime, far fronte all’aumento della popolazione e assicurare il decoro e il sostentamento dei chierici.
Il Capitolo fu un reale beneficio o solo uno strumento per affermare potere e prestigio?
La società del tempo, in particolare il ceto facoltoso dei primi anni del ‘700, desiderava che la propria Matrice ospitasse un capitolo di canonici. I paesi vicini, infatti, ne avevano già uno nelle loro chiese maggiori, come Paternò nella prestigiosa chiesa di Santa Maria dell’Alto (1670) e Adrano nell’antica chiesa di Santa Maria Assunta (1690), entrambi edifici costruiti in epoca normanna. Inizialmente il vescovo Andrea Riggio aveva accolto l’idea, ma le tensioni socio-politiche con il signore della ducea di Montalto resero vano il progetto.
Si dovrà poi attendere il 1746 per l’istituzione, avvenuta con decreto del vescovo Pietro Galletti.
L’erezione della Collegiata di Biancavilla fu merito del canonico Paolo Biondi, biancavillese appartenente al capitolo paternese, e del dottor Placido Piccione. I due seppero gestire il progetto mettendo d’accordo le parti civili e religiose, dando decoro alle celebrazioni e dignità economica ai sacerdoti. A quel tempo, questa istituzione rappresentò la risoluzione dei problemi precedenti e una prima intuizione del concetto di “parrocchia”, che si realizzerà pienamente solo nel 1920.
Come si è evoluta la Collegiata nel corso di questi tre secoli?
Ciò che ha cambiato profondamente il Capitolo è stato proprio l’evolversi del concetto di parrocchia. Nel decreto del vescovo Pietro Galletti si evidenziava che il numero dei canonici era di 12 e che tutti avevano la cura delle anime. Di fatto, l’intero corpo capitolare fungeva da parroco. Questo provvedimento strideva, però, con le norme del Concilio di Trento, secondo cui il parroco doveva essere unico e scelto tramite concorso. Per tale ragione, il prevosto Filippo Cocina nel 1750 impugnò tale diritto, ma l’atto di Transazione del 7 luglio 1752, per quietare gli animi, sospese il concorso per la prepositura di Biancavilla.
E quindi come si superò questa anomalia?
Tale anomalia fu sollevata successivamente dai vescovi Salvatore Ventimiglia e Giuseppe Benedetto Dusmet, e infine dal cardinale Giuseppe Francica Nava. Quest’ultimo pose fine all’antico privilegio, erigendo ufficialmente la parrocchia il 20 agosto 1920.
Veniamo ai giorni nostri. Quali sono i ruoli, le funzioni e gli impegni della Collegiata per la città?
Oggi la Collegiata di Biancavilla custodisce una storia importante, il decoro della liturgia e i luoghi simbolo di questa antica istituzione. Il Capitolo continua a svolgere una funzione fondamentale all’interno della comunità, sia a livello ecclesiale che sociale. Attualmente, l’unica figura che viene nominata tra i canonici è il prevosto, carica che coincide sempre con il parroco della Basilica, mentre rimangono vacanti le dignità di cantore, tesoriere e decano.
Peraltro, i membri della Collegiata sono quasi tutti parroci.
Sì, gran parte degli altri membri del Capitolo sono a loro volta parroci in città o in altre zone della diocesi. L’impegno dei canonici per la nostra città si esprime concretamente nella cura d’anime quotidiana e nella presenza attiva sul territorio. Si riuniscono nei momenti comunitari per le principali celebrazioni cittadine e per gli incontri di coordinamento pastorale, traducendo l’antica tradizione in un servizio vivo per il territorio.
In un’epoca caratterizzata dalla presenza capillare delle parrocchie nei quartieri, ha ancora senso la presenza della Collegiata in una comunità?
La presenza della Collegiata ha pienamente senso anche oggi, perché non si sovrappone al lavoro delle singole parrocchie, ma ne completa e arricchisce la missione. Se le parrocchie rispondono alla frammentazione e alla cura capillare dei quartieri, la Collegiata rappresenta il principio opposto: l’unità, la coralità e la memoria storica.
Dunque, un’istituzione che testimonia ancora, dopo quasi tre secoli, la comunione del clero locale.
In un’epoca in cui i sacerdoti rischiano l’isolamento a causa dei troppi impegni, il Capitolo offre uno spazio d’incontro e di preghiera comune, manifestando visibilmente la comunione del clero locale e l’appartenenza all’unico presbiterio diocesano. Inoltre, garantisce momenti forti di preghiera corale e liturgica tra i sacerdoti e il popolo a nome di tutta la città. In sintesi, mentre le parrocchie agiscono capillarmente tra le case, la Collegiata ricorda a tutti che siamo membra di un solo corpo unito.
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