Cultura
Istanza al sindaco di Biancavilla: «Si intitoli una via ad Antonio Canepa»
Richiesta a Bonanno per ricordare il “professore guerrigliero” e indipendentista siciliano ucciso nel 1945
«Parte da un cittadino di Biancavilla l’iniziativa di promuovere l’intitolazione di una strada, non censita nella toponomastica comunale, ad un grande siciliano, partigiano caduto per la Libertà del popolo siciliano e dei popoli del mondo: il prof. “Antonio Canepa”. Iniziativa condivisa dalla Comunità “TerraeLiberAzione”, da sempre impegnata allo studio ed alla divulgazione della storia autentica della nostra Sicilia».
È quanto si legge in un comunicato, che dà conto della lettera del biancavillese Giuseppe Cantarella inviata al sindaco Antonio Bonanno, affinché si ricordi Canepa.
Docente universitario a Catania, il professore guerrigliero, venne “mitragliato”, insieme ad altri giovani partigiani antifascisti indipendentisti, in un “agguato di stato”, a Randazzo (contrada “Murazzu Ruttu”) e lasciato morire per dissanguamento nel cimitero di Jonia (Giarre) dopo molte ore di devastante agonia. Era il 17 giugno del 1945.
I cadaveri di Antonio Canepa, Carmelo Rosano e Giuseppe Lo Giudice vennero occultati dal Segreto di Stato per un lustro, fino al 1950, quando trovarono infine sepoltura dignitosa nel loro sacrario, a Catania, sul viale degli uomini illustri del cimitero monumentale. La loro memoria è tuttora oggetto di oblio, mascariamenti e depistaggi.
«Propongo di denominare una strada -scrive Giuseppe Cantarella nella sua istanza- ad un personaggio storico rivoluzionario, caduto per la Libertà del Popolo Siciliano».
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Cultura
In Calabria premio al sacerdote Vincenzo Stissi, 77 anni dopo la morte
La comunità di Gallico rende omaggio al prete biancavillese, ricordato per il suo impegno di parroco
A 77 anni dalla sua morte, c’è una comunità che continua a ricordarlo con gratitudine. Non è quella dove nacque, ma quella dove esercitò il suo ministero sacerdotale. Gallico, alle porte di Reggio Calabria, ha conferito un Premio speciale alla memoria a don Vincenzo Stissi, sacerdote nato a Biancavilla nel 1877, cappellano militare durante la Prima guerra mondiale e, dal 1922 al 1939, parroco della chiesa di Santa Maria di Porto Salvo. Una scelta che racconta quanto profondo sia rimasto il legame tra quella comunità e quel parroco.
La cerimonia, inserita nella XVII edizione del Premio Gallico, è stata dedicata alle personalità che hanno lasciato un segno nella storia del territorio. Tra loro, anche don Vincenzo, a conferma di una memoria che il tempo non è riuscito a cancellare. Per la famiglia è stato un momento di intensa commozione. A ritirare il riconoscimento è stato Mario Mazzaglia, pronipote del sacerdote. A lui è stata consegnata una targa da don Angelo Battaglia, odierno parroco.
«Anche se non eravamo presenti tutti – racconta a Biancavilla Oggi Grazia Mazzaglia, sorella di Mario – ci siamo emozionati tantissimo. Io ho perfino pianto. Ma la cosa che ci ha colpiti di più è stata l’accoglienza riservata a Mario. Ha incontrato persone che ricordavano ancora padre Stissi e perfino il nostro papà. Per noi è stata una gioia immensa».
La figura di Vincenzo Stissi l’abbiamo tracciata sulle pagine di Biancavilla Oggi, nell’ambito di una ricerca sui sacerdoti biancavillesi che hanno partecipato alla Grande Guerra. Un racconto in tre puntate che ha sottratto dall’oblio quei preti-soldato (oltre a Stissi, anche Placido Nicolosi e Pasquale Castro), che vissero l’esperienza della trincea.
Religioso carmelitano prima e poi sacerdote del clero secolare, Stissi attraversò alcune delle pagine più drammatiche del Novecento. Finita la guerra, seppe conquistare l’affetto della comunità di Gallico, alla quale dedicò tanti anni del proprio ministero sacerdotale e dove ricostruì la chiesa parrocchiale, distrutta dal terremoto del 1908. Morì a Biancavilla nel 1949.
«Anche Biancavilla ricordi padre Stissi»
«Avevo appena pochi anni quando morì – ci racconta ancora Grazia –. I ricordi sono quelli che mi hanno trasmesso mio padre e le zie Caterina e Anna, che gli furono vicine fino agli ultimi giorni. So che fu lui a portare nostro padre in Calabria, a farlo studiare, a permettergli di conseguire il diploma magistrale e a iniziare la carriera di insegnante. Era una persona che si prendeva cura degli altri».
E poi un desiderio che Grazia esprime attraverso Biancavilla Oggi, anche a nome di tutti gli altri nipoti e pronipoti: «Vorrei che padre Stissi fosse ricordato anche a Biancavilla». Un desiderio che nasce dal cuore di una famiglia, ma che può diventare anche una riflessione per tutta la città. Il premio conferito a Gallico consegna infatti a Biancavilla una domanda semplice e significativa: perché una comunità distante decine di chilometri continua a custodire con tanta riconoscenza la memoria di questo sacerdote (grazie pure ad un lavoro di ricerca di Domenico Mazzu), mentre nel suo paese natale il suo nome è quasi sconosciuto?
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Cultura
Vincenzo Stissi in trincea sul Carso: il prete-caporale della Brigata Catanzaro
Da frate carmelitano a sacerdote in Calabria: fu in uno dei fronti più devastanti della Grande Guerra
Abbiamo visto che a volte la storia riemerge nei luoghi più impensati. Un piccolo documento dimenticato tra le bancarelle di un mercatino antiquario è riuscito ad avviare una ricerca che ci ha condotti sulle tracce di tre religiosi biancavillesi coinvolti nella Grande Guerra, per la prima volta estratti dall’oblio da Biancavilla Oggi: il seminarista Placido Nicolosi, il sacerdote-soldato Pasquale Castro e, infine, il cappellano militare Vincenzo Stissi col quale oggi concludiamo la nostra trilogia. Ma è forse proprio la sua vicenda a lasciare gli interrogativi più profondi.
Don Vincenzo Stissi rappresenta la figura che più si avvicina all’immagine tradizionale del cappellano militare del primo conflitto mondiale. Un uomo di profonda fede, ma soprattutto di grande umanità, in grado di affrontare il dolore senza esserne sopraffatto. Empatico, paziente e resiliente, capace di ascoltare e offrire conforto anche nel silenzio. Un punto di equilibrio: sostenne chi venne travolto dalla paura, dal senso di colpa o dalla perdita, cercando di restituire speranza in un contesto disperato. Figura di unione, che superò differenze di provenienza e grado militare, creando legami di fiducia e solidarietà. Pur non essendo un combattente, condivise i rischi e la vita di trincea con i soldati, guadagnandosi il loro rispetto attraverso il coraggio, la presenza costante e il servizio agli altri. La sua forza non furono le armi, ma la capacità di mantenere viva l’umanità dove la guerra cercava di annientarla.
Frate Adriano dell’Ordine Carmelitano
Nato a Biancavilla il 20 novembre 1883 dal contadino Giuseppe Stissi e da Anna Ventura, entrò giovanissimo nell’Ordine Carmelitano assumendo il nome di frate Adriano. Studiò nel seminario di Reggio Calabria e fu ordinato sacerdote nel 1907 a Roma dal cardinale Gennaro Portanova.
Il suo cammino, tuttavia, cambiò improvvisamente direzione. Alla morte degli anziani genitori che vivevano a Biancavilla, decise di lasciare l’Ordine Carmelitano per assistere le due sorelle nubili, Rosa e Maria, rimaste sole e in gravi difficoltà economiche. La sua richiesta fu accolta dal Padre Generale, a condizione che trovasse un vescovo disposto ad accoglierlo nella propria diocesi. Ma nessun presule siciliano si dichiarò disponibile.
Cappellano della Brigata Catanzaro
Fu la guerra a cambiare nuovamente il corso degli eventi. Il 5 dicembre 1915 don Vincenzo venne richiamato alle armi e nominato cappellano militare con il grado di caporal maggiore presso la XII Compagnia di Sanità. Successivamente fu assegnato alla Brigata Catanzaro (i suoi familiari chiamarono il corpo di appartenenza Brigata D’Annunzio), una delle unità più celebri, decorate e controverse del Regio Esercito. I suoi soldati combatterono nei settori più duri del Carso, pagando un tributo altissimo di vite umane. La brigata è ricordata anche per il drammatico ammutinamento di Santa Maria la Longa, nel luglio 1917, quando uomini ormai stremati da mesi di combattimenti si ribellarono all’ordine di tornare immediatamente in linea. La repressione fu durissima: ventotto militari vennero fucilati. Nonostante quella tragica pagina, la Brigata Catanzaro continuò a distinguersi per il valore dimostrato in battaglia, ricevendo importanti decorazioni al valor militare.
Essere cappellano di una brigata simile significava molto più che celebrare la Messa. Voleva dire condividere la vita dei soldati. Dormire negli stessi ricoveri. Attraversare le stesse trincee. Esporsi allo stesso fuoco. Visitare gli ospedaletti da campo, assistere i feriti, confortare i morenti, raccoglierne le ultime parole e trasformarle in lettere destinate alle famiglie.
Di don Vincenzo ci è giunta proprio una di queste lettere. È indirizzata ai familiari di un sottotenente morto sotto una “scheggia nemica”. Più che una comunicazione ufficiale, sembra una mano tesa verso chi è rimasto a casa. Don Vincenzo racconta gli ultimi istanti dell’ufficiale, rassicurando i suoi cari che quel giovane rimase cosciente fino alla fine e che si spense serenamente, “come un angelo” e adesso “giace sepolto in mesta sepoltura”. È forse il documento che più di ogni altro restituisce il volto umano del suo ministero al fronte.
Cavaliere della Corona d’Italia
Le fonti ricordano che seguì la Brigata con coraggio e dedizione, ricevendo gli encomi dei superiori e l’onorificenza di Cavaliere della Corona d’Italia. Eppure, dopo aver ricostruito date, incarichi e riconoscimenti, resta qualcosa che gli archivi non riescono a raccontare. Il silenzio. È il silenzio di una generazione che tornò dalla guerra portando dentro di sé esperienze troppo dolorose per essere facilmente condivise. Le carte militari registrano gli spostamenti. Le decorazioni attestano il valore. Ma raramente queste cose lasciano intravedere ciò che quei sacerdoti videro, ascoltarono e custodirono nella propria memoria.
Maestro elementare e parroco in Calabria
Don Vincenzo sopravvisse al conflitto. Nel 1919 conseguì a Catania il diploma di maestro elementare e, nello stesso anno, vide finalmente realizzarsi il desiderio che coltivava da tempo: entrare nel clero secolare. Fu l’arcivescovo carmelitano di Reggio Calabria, Camillo Rinaldo Rousset, ad accoglierlo nella propria diocesi, destinandolo come vicario alla parrocchia di Chorio di San Lorenzo.
Il 14 dicembre 1922 venne nominato parroco della chiesa di Santa Maria di Porto Salvo a Gallico Marina. Qui lo raggiunse anche la sorella Rosa, che da Biancavilla si trasferì accanto a lui. Per molti anni affiancò al ministero sacerdotale l’insegnamento nelle scuole elementari, conquistando la stima delle famiglie e dedicandosi alla ricostruzione della comunità dopo il devastante terremoto del 1908. Il suo nome resta infatti legato anche alla rinascita della chiesa parrocchiale di Gallico.
Il ritorno a Biancavilla
Negli ultimi anni, ormai malato, lasciò la guida della parrocchia e fece ritorno nella sua Biancavilla. Aveva attraversato conventi, diocesi, campi di battaglia e comunità lontane. Eppure il suo ultimo approdo fu Biancavilla: il luogo da cui era partito e che, dopo una vita intera, sembrò chiamarlo di nuovo a sé. Continuò a servire la comunità con la discrezione che aveva sempre caratterizzato la sua vita, anche come organista della Chiesa Madre. Assistito con affetto dai nipoti Caterina, Anna e Carmelo Mazzaglia, si spense il 21 luglio 1949, vivendo gli ultimi anni in dignitosa sobrietà.
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Alfio Pelleriti
1 Maggio 2021 at 1:21
OSSERVAZIONI SULLA PROPOSTA DI INTITOLAZIONE DI UNA STRADA AD ANTONIO CANEPA
La figura di Antonio Canepa merita di essere studiata poiché, all’interno del MIS (Movimento indipendentista siciliano) occupò un ruolo importante, sebbene minoritario rispetto alle istanze del suo fondatore Finocchiaro Aprile. Quest’ultimo operò scelte azzardate, pericolose, antidemocratiche, schierandosi dalla parte dei grandi proprietari terrieri che, dopo la caduta del fascismo nel 1943, si sentivano minacciati dalla riforma agraria (decreto Gullo del 19 ottobre 1944) che prevedeva quella divisione delle terre dei feudi incolti promessa da Garibaldi, poi dal comandante Armando Diaz e da Vittorio Emanuele Orlando ai fanti che morivano o venivano feriti in trincea lì sul Grappa o sul Piave o sul Monte Santo.
Finocchiaro Aprile promise l’impunità al bandito Giuliano e lo nominò “colonnello” dell’Evis in cambio del suo “aiuto” ad ostacolare, con minacce e morti ammazzati, contadini e sindacalisti (Strage di Portella delle Ginestre, 1° maggio 1947, 11 morti e numerosi feriti); prese contatti con capi mafia e massoni per realizzare il progetto dell’indipendenza della Sicilia che avrebbe dovuto portare l’isola a divenire una colonia statunitense come la Cuba del dittatore Fulgencio Batista.
Del resto ogni volta che l’indipendentismo siciliano è sceso in campo, anche in tempi recenti, si è scoperto che sotto tale impegno c’era l’ombra della massoneria e della mafia.
Canepa forse fu l’unico a non accettare la strategia “ambigua” e dai risvolti reazionari di Finocchiaro Aprile e molti sono gli storici che sostengono la tesi che in realtà, alle porte di Randazzo in quel 17 giugno del 1945, si volle colpire proprio lui, personaggio scomodo all’interno del movimento.
Canepa era un anarchico che supponeva che l’azione individuale e terroristica della lotta armata potesse dare frutti politici immediati senza le “lungaggini” del gioco democratico. Era un solitario, come tutti gli anarchici (ho avuto modo di avere tra le mani il suo simbolo di riferimento: non era la sagoma della Sicilia, né la triscele siciliana, ma una stella a cinque punte rossa) che non disdegnava di lavorare per i servizi segreti inglesi e americani. Rimase in strettissimo contatto con l’Intelligence Service inglese per il tramite del suo amico Herbert Rowland Arthur, duca di Bronte, quando si inserì tra le formazioni partigiane di Giustizia e libertà che operavano sull’Appennino tosco emiliano, eppure qualche anno prima, imperando ancora Mussolini, aveva pubblicato un libro sulla dottrina e sulla mistica fascista, ottenendo una docenza universitaria.
All’associazione “Terraeliberazione” cui fa riferimento chi avanza l’istanza di intitolare una strada di Biancavilla ad Antonio Canepa, si richiama “La voce dell’isola”, un periodico on line diretto dal giornalista Salvo Barbagallo, che in un suo editoriale apparso lo scorso 25 aprile sostiene delle tesi che sono tipiche della destra politica più radicale, altro che riferimenti all’antifascismo.
“…non c’è “25 Aprile” che tenga: un anniversario sul quale abbiamo espressa la nostra opinione ad ogni ricorrenza su questo giornale. L’Italia “vecchia” continua a vivere di odio, rancori e reminiscenze che l’Italia “giovane” sconosce e che “rivive” quasi esclusivamente attraverso “memorie” di parte”. E nello stesso articolo afferma: “Oggi, più che 76 anni addietro, c’è bisogno di “Democrazia” e non di sentire declamare pistolotti su ciò che è stato. Ma forse una “nuova” Resistenza avrebbe “valori” “nuovi”, quelli di superare gli inizi di un Terzo Millennio che si porta dietro retaggi che storicamente presentano lati controversi e che continuano ad alimentare odio”.
Per Barbagallo gli interventi del presidente Mattarella, del presidente del Consiglio Draghi, della senatrice Liliana Segre volti a tenere desta la memoria soprattutto dei giovani su ciò che è stato il fascismo e il nazismo, sulla loro responsabilità nell’aver causato la più immane tragedia della storia dell’umanità, sarebbero dei “pistolotti”; e affermare che l’apporto dei partigiani e della loro lotta per la liberazione d’Italia dai nazifascisti significa soltanto “alimentare odio”.
Si auspica che il sindaco e tutta l’amministrazione comunale non diano seguito a tale istanza poiché l’ambiguità del revisionismo storico va bloccata sul nascere senza concedere spazio alcuno.