Cronaca
Fuoco nella sede biancavillese dell’azienda del servizio rifiuti
di Vittorio Fiorenza
Grave incendio ha colpito i locali di zona Badalato, adibiti a sede e deposito dei mezzi dell’impresa Caruter, che a Biancavilla è incaricata della gestione e raccolta dei rifiuti. La struttura, oltre ad essere deposito dei veicoli di nettezza urbana, è utilizzata anche da un’altra impresa, che opera nel settore dei traslochi.
La chiamata alla sala operativa del 115 è arrivata alle 20.23. In questo momento diversi mezzi dei vigili del fuoco dei distaccamento di Adrano e di Paternò, oltre ai volontari della sede di Maletto, sono impegnati nell’opera di spegnimento. Rinforzi sono arrivati pure da Catania.
Dalle prime informazioni, diversi mezzi utilizzati per la raccolta dei rifiuti sono stati distrutti. Il fuoco avrebbe fatto crollare anche parte del tetto della struttura, in via del Bottaio.
Sul posto anche i carabinieri della compagnia di Paternò e della locale stazione. A loro toccherà, già nelle prossime ore, dopo i sopralluoghi tecnici che dovranno essere compiuti ad incendio domato, avviare le indagini per dare una matrice a quanto accaduto. I militari stanno già raccogliendo testimonianze e dichiarazioni. Un sistema di videosorveglianza c’è: da verificare se ci siano immagini utili alle indagini.
Da capire, adesso, anche quali effetti avranno i danni subiti dal parco mezzi aziendale sul servizio di raccolta rifiuti.
Il sindaco Bonanno: «Sia fatta chiarezza»
Sul fatto, il sindaco Antonio Bonanno ha rilasciato una breve dichiarazione: «Poche parole per dire che, questa sera, un incendio ha interessato il capannone che in Contrada Badalato funge da autoparco dei mezzi della nettezza urbana. Diversi di questi mezzi sono andati distrutti. Siamo in attesa di comprendere la matrice del rogo. Domani la raccolta differenziata subirà inevitabili rallentamenti. Vi chiedo pazienza».
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►Il capannone devastato dal fuoco tra crolli e veicoli inceneriti
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Cronaca
Controlli della polizia su 264 persone e 121 veicoli, dal centro urbano alle Vigne
Servizio ad ampio raggio degli agenti nei territori di Biancavilla, Adrano, Santa Maria di Licodia e Bronte
I poliziotti del Commissariato di Adrano hanno eseguito, nel fine settimana di Ferragosto, controlli ad ampio raggio a Bronte, Adrano, Biancavilla, Santa Maria di Licodia. Sorpresi tre conducenti alla guida di veicoli sottoposti a fermo amministrativo con conseguenti sanzioni per 5.952 euro. Complessivamente, identificate 264 persone e controllati 121 veicoli, tra auto e moto.
In particolare, gli agenti sono stati impegnati sulle strade di collegamento e nei principali punti di snodo del traffico veicolare. Posti di controllo, fissi e dinamici, predisposti inoltre nelle zone di villeggiature delle “Vigne”, nei territori di Adrano, Biancavilla, Santa Maria di Licodia.
In questi casi, i cittadini che trascorrono il periodo estivo nelle zone rurali dell’Etna hanno espresso la loro gratitudine ai poliziotti. Non sono mancate occasioni di dialogo con i poliziotti che hanno fornito consigli e suggerimenti per tenersi alla larga da truffatori e malintenzionati.
Una parte significativa degli accertamenti espletati in strada dai poliziotti del Commissariato di Adrano sono stati dedicati al monitoraggio delle condotte tenute da automobilisti e motociclisti. Sono state rilevate alcune infrazioni al Codice della Strada legate all’assenza di copertura assicurativa, alla mancanza della revisione periodica del mezzo e alla guida senza patente e ciò ha determinato rispettivamente il sequestro del mezzo, la sospensione dalla circolazione e il ritiro della patente.
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Cronaca
«Scommesse illegali all’internet point», gestore condannato dalla Cassazione
Chiuso un procedimento lungo sette anni: confermati i pronunciamenti di primo e secondo grado
È diventata definitiva la condanna per il titolare di un internet point di Biancavilla coinvolto in un’attività di raccolta abusiva di scommesse attraverso un operatore estero privo di concessione in Italia. La Corte di Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa, confermando quanto stabilito nei precedenti gradi di giudizio.
La vicenda giudiziaria – come ricostruisce Agipro, l’agenzia di stampa specializzata in giochi e scommesse – era iniziata davanti al Tribunale di Catania, che a fine 2019 aveva riconosciuto la responsabilità dell’imputato. La Corte d’Appello, sei anni dopo, aveva confermato la condanna, concedendo i doppi benefici di legge e subordinando la sospensione condizionale della pena allo svolgimento di un’attività non retribuita a favore della collettività.
A portare i giudici a escludere che si trattasse di un normale servizio di accesso a internet sono stati diversi elementi emersi durante gli accertamenti. All’interno del locale erano presenti una postazione utilizzata per l’attività e un computer collegato a un sito di scommesse. In appena una settimana erano state registrate 2.131 schedine per una somma complessiva di 5.227 euro.
Gli investigatori avevano inoltre individuato un conto di gioco ritenuto riconducibile al gestore dell’esercizio, oltre a numerose ricevute trovate nel cestino del front office e a una cassetta contenente denaro contante. Per i giudici, il complesso di questi elementi ha consentito di ricostruire un’attività che andava oltre la semplice disponibilità di computer e connessione internet ai clienti.
Respinta la ricostruzione della difesa
La difesa aveva sostenuto invece che l’internet point offrisse esclusivamente apparecchiature per la navigazione online e che non vi fosse una vera attività di raccolta delle giocate. La Cassazione non ha accolto questa ricostruzione, ritenendo che l’attività svolta configurasse una forma di intermediazione e raccolta di scommesse.
Il procedimento riguardava quindi un’attività esercitata senza i titoli richiesti dalla normativa italiana, tra cui la concessione necessaria per la raccolta delle scommesse e la licenza di pubblica sicurezza prevista dall’articolo 88 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza.
La difesa aveva sottoposto alla Suprema Corte dieci motivi di ricorso, contestando diversi aspetti della decisione d’appello. Le censure riguardavano, tra l’altro, la ricostruzione dei fatti, la configurabilità del reato e il trattamento sanzionatorio. La Cassazione le ha dichiarate tutte inammissibili, chiudendo così definitivamente il procedimento.
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