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Pietro Manna sulle Amministrative: «Fa male notare la sinistra assente»

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Quando nel cuore aleggia quel senso di tristezza che attanaglia, dicono che faccia bene esternare le proprie sensazioni. Sì, mi ha fatto male, veramente male, constatare che a Biancavilla, alle prossime elezioni amministrative, non sia presente la sinistra.

La città che ha avuto una lunga storia di lotte bracciantili, di resistenza al fascismo, di battaglie per i diritti e che, per lunghissimo tempo, ha espresso a maggioranza il consenso ai partiti e ai movimenti espressione della sinistra, adesso vede schierata, solo formalmente, una lista Pd raccogliticcia, inconsistente e ininfluente.

Mi sono venuti in mente i tanti compagni che hanno speso la loro vita (e non è retorica) per una causa a cui credevano profondamente. Tante scene di un lungo e bel film arrivato mestamente alla fine. Certo, il segno dei tempi, le ripercussioni di quanto succede a livello nazionale, la mancata sintonia con il presente, la perenne litigiosità, i populismi che avanzano…

Ma tutto ciò non basta a spiegare quanto è successo a Biancavilla. Io modestamente penso che alla base ci sia un grave logoramento sociale e morale della città. Le pulsioni ideali hanno lasciato spazio agli egoismi, la “politica” è diventata uno strumento non di servizio ma al servizio dei propri e altrui tornaconti. Non generalizzo.

Di certo c’è ancora chi crede di scommettersi per il bene comune, ma è una minoranza che la città tollera. La maggioranza dei cittadini tende al “particulare” anche a danno del “generale”.

La sinistra doveva fungere da argine a detta deriva invece di assecondarla e a volte incoraggiarla. Alla fine ne è stata travolta… spero non definitivamente.

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Ex linea Fce, ottime premesse ma grava lo spettro della “cartolina turistica”

Il concetto di “desiderabilità” di un territorio dovrebbe imporsi su quello della competitività

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© Foto Biancavilla Oggi

Merita interesse l’avvio del workshop “Mənd_IT – Ricucire lembi urbani”, recentemente presentato a Villa delle Favare, finalizzato al recupero dell’ex linea Fce. Non soltanto perché vede l’ingresso in campo di figure cruciali nei processi rigenerativi, quali architetti, paesaggisti e pianificatori. Non solo per le importanti sigle nazionali coinvolte. Ma anche per l’eccezionale capacità che le istituzioni dei Comuni di Adrano, Biancavilla e S. Maria di Licodia hanno mostrato nel far fronte comune. Un importante elemento di novità, come ha sottolineato il presidente della Regione, Nello Musumeci.

Le ambizioni sembrano delle migliori, e alcune delle parole d’ordine della giornata in effetti rincuorano. «Riscoperta di un modo lento di fruire il territorio», dice il Presidente dell’Ordine degli Architetti di Catania. «Dare una grande mano d’aiuto alla viabilità», aggiunge il sindaco Bonanno. Lo stesso concetto del “ricucire” ben si confà all’idea di un’arteria verde urbana che annoda, o risana, le tante “scuciture” e “ferite” del territorio. 

Tuttavia, uno spettro sembra gravare su queste virtuose premesse e tirare i fili dell’intera operazione. È lo stesso governatore Nello Musumeci ad evocarlo senza giri di parole: «La zona ovest dell’Etna continua a rimanere fuori dai grandi circuiti turistici. Eppure questa zona ha tutte le potenzialità, ha la materia prima, per offrire un turismo alternativo rispetto a quello… delle stazioni sciistiche».  Siamo alle solite, insomma: il territorio ridotto a cartolina turistica per la sua messa a profitto.

Criticità e arretratezza del territorio

Trovo preoccupante il fatto che nessuna delle istituzioni presenti abbia avvertito l’esigenza di parlare concretamente delle criticità e delle arretratezze del nostro territorio. Un territorio letteralmente strozzato dal traffico e dal cemento. Ovvero, simboli concreti di un potere politico per troppi decenni soggiogato alla criminalità mafiosa e agli interessi dei pochi.

A fronte di queste criticità, è a dir poco miope interpretare l’ex linea Fce solo in virtù delle sue potenzialità turistiche, e non vedervi invece uno snodo cruciale per il rilancio del territorio provinciale. In questo senso, la gestione non può che essere condivisa e aperta, trattandosi di un bene collettivo di cui può (e deve) beneficiare tutta la Comunità.

Nel caso inverso, infatti, rischieremmo di incappare nell’ennesima bolla speculativa, ispirata più alle logiche predatorie del capitalismo che al Bene Comune. Un’operazione che darebbe certo qualche liquidità. Ma che non apporterebbe reali benefici al territorio e ai suoi abitanti, lasciandolo in balia dei suoi problemi cronici di viabilità, di salubrità, di “desiderabilità”.

La “desiderabilità” del nostro territorio

Quest’ultimo concetto – la “desiderabilità” di un territorio – sempre più dovrebbe imporsi su quello di competitività. Il Mezzogiorno è in avanzata crisi demografica, si spopola di giovani ed energie, ma noi pensiamo bene di ripopolarlo di turisti? Per fermare questo tragico declino servono risposte energiche e illuminate, capaci appunto di «generare negli abitanti, nelle persone, nelle imprese, la voglia di non abbandonare quella città o quel territorio, o di insediarvisi, grazie alle sue specificità, per le sue qualità» (Nigrelli, Micromega 2020).

Ogni spazio urbano e rurale è un crocevia di spazi fisici, sociali e simbolici. Sono le comunità i primi referenti del luogo, che lo abitano, lo investono di emozioni e di significati, ed è a queste comunità che la politica deve saper dare risposte. Il modello turistico non tiene conto di tutto ciò, se non nell’ottica di cristallizzare e patrimonializzare usi e costumi, paesaggi o atmosfere, per poi metterle sul mercato. Questo modello aggrava la competizione fra aree forti e aree deboli, piuttosto che favorirne una crescita sinergica.

La solita favola del turismo

Alla favola del “turismo-panacea”, che ancora troppo spesso la classe politica invoca per liberarci da ogni male, bisogna dunque opporre una visione di crescita orientata ai veri bisogni degli abitanti. Credere ancora a queste favole, significa non voler vedere quanto il Turismo, senza un territorio sano sottostante, e specie se incurante (come spesso accade) delle “capacità di carico” di quel dato territorio, rischia di impoverire anziché arricchire.

I motivi sono molti, come descritto da un’ampia letteratura economica e sociologica. Ne ricordo giusto alcuni: genera lavoro sottopagato e non qualificato, priva intere fasce sociali dei loro diritti, non induce migliorie strutturali e durature, aumenta il consumo di suolo e l’inquinamento, compromette valori e tradizioni locali. Senza voler considerare le fragilità strutturali del terziario, rivelatesi con la pandemia. Tutto questo non per negare effetti positivi al turismo, ma per invitare ad un’accurata analisi preliminare su costi e benefici.

Rigenerazione non è decoro

Ricordo, per concludere, che i fondi del Pnrr (che non sono soldi a fondo perduto) hanno dei vincoli precisi in termini di tutela dell’ambiente, e come tali vanno spesi con intelligenza. Mi preme sottolineare, a questo proposito, che la rigenerazione urbana è ben altra cosa dal decoro urbano, e che abbellire di qualche albero il paese non significa renderlo automaticamente più vivibile o energeticamente sostenibile.   

Il workshop accenderà i motori in settembre, e ha già in programma importanti attività propedeutiche quali passeggiate, dibattiti con gli stakeholders e seminari. Mi auguro che queste buone intenzioni, circa il coinvolgimento del territorio, vengano rispettate, e che si tengano in debito conto i reali bisogni delle comunità. Ma temo che, senza un interessamento attivo da parte di associazioni o singoli cittadini, tali bisogni rimarranno ancora una volta delusi.

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