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Mercato immobiliare a Biancavilla con il paradosso dell’abusivismo

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di ANNALISA GRECO

Nell’Italia all’incontrario, Biancavilla non poteva fare eccezione! Se il trend nazionale del mercato immobiliare è in discesa o comunque stazionario su livelli di gran lunga inferiori a quelli di circa un decennio fa, Biancavilla sembra essere il paradiso degli speculatori.

Peccato, però, che di affari se ne facciano ben pochi! Il popolo dei biancavillesi sembra essere sordo al richiamo del mercato e, piuttosto che adeguarsi al calo delle vendite immobiliari con un corrispondente abbassamento dei prezzi dell’offerta edilizia, rimane saldamente arroccato sulle alte vette, a costo di non vendere.

“Un’anomala bolla del mercato immobiliare”, si potrebbe pensare. In realtà, a ben guardare, di anomalo non c’è proprio nulla!

La proterva ritrosia dei biancavillesi alla “smobilizzazione degli immobili”, sembra affondare le proprie radici nel passato di 40 anni or sono, nel boom dell’abusivismo edilizio per intenderci, e nella conseguente compiacenza ed inettitudine delle istituzioni locali al contrasto del fenomeno.

La conseguenza? Un territorio saturo di immobili scandalosamente abusivi, dove lo scempio edilizio si è tradotto, negli anni, nel riconoscimento di effetti premiali in favore dei più furbi, i quali, dopo aver commesso l’abuso sono poi riusciti a legittimarlo a seguito dei ben noti interventi legislativi sul condono edilizio (leggi n. 47/85, 724/94 e 326/2003).

Un territorio, quello di Biancavilla, privo o quasi di spazi pubblici di ritrovo, di piazze, di verde pubblico, di strutture sportive (unica eccezione il campo sportivo “Orazio Raiti”), che ha una vocazione alla vendita immobiliare paragonabile a quella di zone residenziali ben più esclusive dell’hinterland catanese.

Zone residenziali alle quali, purtroppo, non può minimamente essere paragonato, urbanisticamente parlando. E dunque, ecco il nocciolo della questione.

A fronte dei suoi 24mila abitanti, Biancavilla si ritrova con circa il triplo delle abitazioni, con la conseguenza che non esiste una reale esigenza di vendere da parte di coloro i quali, avendo edificato (per lo più abusivamente), si ritrovano nella disponibilità di diversi immobili (e non sembra generare urgenza id vendere neanche l’imposizione fiscale e tributaria su di essi gravante, almeno fino ad oggi!).

Che dire? Biancavillesi popolo di benestanti? Forse o quantomeno finché il tempo, inclemente, tra un paio di decenni, si prenderà beffa di loro, corrodendo le già mediocri architetture locali.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ex linea Fce, ottime premesse ma grava lo spettro della “cartolina turistica”

Il concetto di “desiderabilità” di un territorio dovrebbe imporsi su quello della competitività

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© Foto Biancavilla Oggi

Merita interesse l’avvio del workshop “Mənd_IT – Ricucire lembi urbani”, recentemente presentato a Villa delle Favare, finalizzato al recupero dell’ex linea Fce. Non soltanto perché vede l’ingresso in campo di figure cruciali nei processi rigenerativi, quali architetti, paesaggisti e pianificatori. Non solo per le importanti sigle nazionali coinvolte. Ma anche per l’eccezionale capacità che le istituzioni dei Comuni di Adrano, Biancavilla e S. Maria di Licodia hanno mostrato nel far fronte comune. Un importante elemento di novità, come ha sottolineato il presidente della Regione, Nello Musumeci.

Le ambizioni sembrano delle migliori, e alcune delle parole d’ordine della giornata in effetti rincuorano. «Riscoperta di un modo lento di fruire il territorio», dice il Presidente dell’Ordine degli Architetti di Catania. «Dare una grande mano d’aiuto alla viabilità», aggiunge il sindaco Bonanno. Lo stesso concetto del “ricucire” ben si confà all’idea di un’arteria verde urbana che annoda, o risana, le tante “scuciture” e “ferite” del territorio. 

Tuttavia, uno spettro sembra gravare su queste virtuose premesse e tirare i fili dell’intera operazione. È lo stesso governatore Nello Musumeci ad evocarlo senza giri di parole: «La zona ovest dell’Etna continua a rimanere fuori dai grandi circuiti turistici. Eppure questa zona ha tutte le potenzialità, ha la materia prima, per offrire un turismo alternativo rispetto a quello… delle stazioni sciistiche».  Siamo alle solite, insomma: il territorio ridotto a cartolina turistica per la sua messa a profitto.

Criticità e arretratezza del territorio

Trovo preoccupante il fatto che nessuna delle istituzioni presenti abbia avvertito l’esigenza di parlare concretamente delle criticità e delle arretratezze del nostro territorio. Un territorio letteralmente strozzato dal traffico e dal cemento. Ovvero, simboli concreti di un potere politico per troppi decenni soggiogato alla criminalità mafiosa e agli interessi dei pochi.

A fronte di queste criticità, è a dir poco miope interpretare l’ex linea Fce solo in virtù delle sue potenzialità turistiche, e non vedervi invece uno snodo cruciale per il rilancio del territorio provinciale. In questo senso, la gestione non può che essere condivisa e aperta, trattandosi di un bene collettivo di cui può (e deve) beneficiare tutta la Comunità.

Nel caso inverso, infatti, rischieremmo di incappare nell’ennesima bolla speculativa, ispirata più alle logiche predatorie del capitalismo che al Bene Comune. Un’operazione che darebbe certo qualche liquidità. Ma che non apporterebbe reali benefici al territorio e ai suoi abitanti, lasciandolo in balia dei suoi problemi cronici di viabilità, di salubrità, di “desiderabilità”.

La “desiderabilità” del nostro territorio

Quest’ultimo concetto – la “desiderabilità” di un territorio – sempre più dovrebbe imporsi su quello di competitività. Il Mezzogiorno è in avanzata crisi demografica, si spopola di giovani ed energie, ma noi pensiamo bene di ripopolarlo di turisti? Per fermare questo tragico declino servono risposte energiche e illuminate, capaci appunto di «generare negli abitanti, nelle persone, nelle imprese, la voglia di non abbandonare quella città o quel territorio, o di insediarvisi, grazie alle sue specificità, per le sue qualità» (Nigrelli, Micromega 2020).

Ogni spazio urbano e rurale è un crocevia di spazi fisici, sociali e simbolici. Sono le comunità i primi referenti del luogo, che lo abitano, lo investono di emozioni e di significati, ed è a queste comunità che la politica deve saper dare risposte. Il modello turistico non tiene conto di tutto ciò, se non nell’ottica di cristallizzare e patrimonializzare usi e costumi, paesaggi o atmosfere, per poi metterle sul mercato. Questo modello aggrava la competizione fra aree forti e aree deboli, piuttosto che favorirne una crescita sinergica.

La solita favola del turismo

Alla favola del “turismo-panacea”, che ancora troppo spesso la classe politica invoca per liberarci da ogni male, bisogna dunque opporre una visione di crescita orientata ai veri bisogni degli abitanti. Credere ancora a queste favole, significa non voler vedere quanto il Turismo, senza un territorio sano sottostante, e specie se incurante (come spesso accade) delle “capacità di carico” di quel dato territorio, rischia di impoverire anziché arricchire.

I motivi sono molti, come descritto da un’ampia letteratura economica e sociologica. Ne ricordo giusto alcuni: genera lavoro sottopagato e non qualificato, priva intere fasce sociali dei loro diritti, non induce migliorie strutturali e durature, aumenta il consumo di suolo e l’inquinamento, compromette valori e tradizioni locali. Senza voler considerare le fragilità strutturali del terziario, rivelatesi con la pandemia. Tutto questo non per negare effetti positivi al turismo, ma per invitare ad un’accurata analisi preliminare su costi e benefici.

Rigenerazione non è decoro

Ricordo, per concludere, che i fondi del Pnrr (che non sono soldi a fondo perduto) hanno dei vincoli precisi in termini di tutela dell’ambiente, e come tali vanno spesi con intelligenza. Mi preme sottolineare, a questo proposito, che la rigenerazione urbana è ben altra cosa dal decoro urbano, e che abbellire di qualche albero il paese non significa renderlo automaticamente più vivibile o energeticamente sostenibile.   

Il workshop accenderà i motori in settembre, e ha già in programma importanti attività propedeutiche quali passeggiate, dibattiti con gli stakeholders e seminari. Mi auguro che queste buone intenzioni, circa il coinvolgimento del territorio, vengano rispettate, e che si tengano in debito conto i reali bisogni delle comunità. Ma temo che, senza un interessamento attivo da parte di associazioni o singoli cittadini, tali bisogni rimarranno ancora una volta delusi.

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