Editoriali
Parcheggiatori abusivi e vigili urbani, una pacifica “convivenza” al cimitero

A tanti sarà capitato di andare in questi giorni al cimitero di Biancavilla e vedere quello che tutti non hanno potuto fare a meno di notare. Parcheggiatori abusivi in via della Montagna con marsupio alla cinta pronti a chiederti 50 centesimi o un euro per la sosta dell’auto. Si tratta di una cosa odiosa: tutti siamo d’accordo. Ma ci chiediamo per quale motivo la loro presenza debba costituire una sorta di pacifica convivenza con la polizia municipale.
Non è pensabile, infatti, che i vigili urbani non si accorgano di ciò che ogni biancavillese ha visto. Perché allora lasciano correre e non intervengono per ripristinare le condizioni minime di legalità e di decenza? Immaginiamo che il sindaco, gli assessori e i consiglieri ci vadano al cimitero per andare dai propri cari defunti. Perché nessuno alza un dito e non compie il proprio dovere di amministratore che –innanzitutto– è quello di garantire la legalità e fare rispettare la legge?
Su questi temi, anni di “lasciar fare” hanno determinato un’assuefazione pericolosissima per i canoni della convivenza civile. Il concetto di autorità cittadina, qui, andrebbe rifondato e ricostruito pezzo dopo pezzo: dovrebbe essere il primo punto del programma del sindaco che verrà.
Non solo parcheggiatori abusivi. Siamo sicuri, poi, che tutti i venditori di fiori siano autorizzati e abbiano il diritto di commercializzare in maniera libera, peraltro ai danni e nella beffa dei venditori veri?
Ma perché le regole elementari a Biancavilla vengono calpestate e coloro che hanno il compito di vigilare e sanzionare chiudono gli occhi? C’è un governo cittadino a Biancavilla oppure questa città va considerata zona franca e terra di nessuno in cui si possono violare sistematicamente le regole basilari e niente accade?
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Chiesa
È festa per tutti, senza distinzioni: perché San Placido non dice mai di no!
Dagli “abusi liturgici” di agosto al tripudio di ottobre per il patrono: i giorni più attesi dai biancavillesi
Il clamore suscitato dal severo richiamo del Vescovo, lo scorso 30 agosto a Biancavilla, al di là della diffusa e semplicistica lettura di indirizzo al Sindaco, rivela una radice oltremodo profonda, messa in risalto dai commenti più avveduti e autorevoli: il rischio di un “abuso liturgico” durante le funzioni (per inciso, tre giorni prima, proprio a Catania, si era conclusa la Settimana Liturgica Nazionale). Nello specifico, una celebrazione eucaristica, preceduta da pubblica accoglienza ai prelati e saluti, che include un “omaggio floreale” e un “atto d’affidamento” (più somigliante a un’omelia) dell’autorità pubblica, la cui durata supera ben le due ore nell’agosto nostrano, dovrebbe far riflettere anche sulla sostenibilità, e su quella non sempre scontata digeribilità di una religiosità performativa, rispetto a una religione dell’esempio.
Con ciò nulla da togliere al colpo d’occhio, meraviglioso, e all’impegno profuso nella preparazione; ma non sarebbe – certo – più significativo e testimoniale se i soli posti riservati fossero per disabili e soggetti fragili, e se i membri di gruppi laicali e associazioni si impegnassero nel proposito di portare a Messa un parente o un vicino di casa anziano, desideroso di partecipare alla celebrazione? E ancora se i soldi pubblici fossero indirizzati per tal servizio ai dimenticati? Forse gli unici botti capaci di raggiungere un altro cielo, un mettere davvero Cristo al centro, autentico esempio di misericordia.
C’è poi che sul fatto di agosto i sociologi avrebbero di che studiare di fronte ai tanti commenti di devoti e integerrimi osservanti locali. L’impressione è quella che decenni di catechesi dedicate, non abbiano molto inciso in tema di evangeliche virtù. E c’è anche l’ipocrisia dichiarata da molti dell’attesa della lettura della benedizione del papa al termine della funzione, come se dopo un’estenuante partecipazione non si fossero già acquisite tutte le benedizioni del mondo. Tuttavia da questo vulnus ne potrebbe nascere una significativa opportunità destinata a rimanere negli annali della cura pastorale: magari l’annuncio del Vescovo di candidare Biancavilla a sede di congresso liturgico regionale. Per ora resta un più attento lavoro di revisione nella programmazione delle festività religiose dalle nostre parti.
San Placido non aspetta la domenica
Buone ragioni fanno pensare che un episodio di tal portata non si sarebbe facilmente verificato, invece, per le festività patronali di San Placido. La festa, infatti, ha competenze e valenze ben distinte. C’è la celebrazione liturgica, sobria ma non meno decorosa e solenne (chi vuole troverà sempre un posto libero). Il Protettore non è per lungaggini e litanie, non aspetta la domenica. Il suo è sguardo d’intesa, più un ammiccamento (e questo il biancavillese lo sa bene). C’è poi l’abbraccio con la folla: l’attesa di un anno ha il suo apice a mezzogiorno del 5 ottobre. Tutti si sentono chiamati a raccolta, senza esclusioni.
Il Patrono appare sul sagrato nell’esplosione gioiosa dei cittadini. Quell’incontenibile ebbrezza è il solo patrimonio condiviso. Il clero segue. È al contempo l’apoteosi del Santo e del biancavillese comune. La festa civile per eccellenza, che non ha bisogno di superlativi scritti nel programma. Tant’è che sulla riuscita della festa si fonda il consenso verso gli amministratori comunali. Non a caso Pitrè e De Roberto ne hanno raccontato, e si aveva l’ardire di invitare Giovanni Papini. Un unicum di meraviglia e ostentazione è l’essenza, lo spettacolo è consustanziale (si pensi che in un lontano San Placido si alzarono in volo i primi palloni aerostatici mai visti in Sicilia). Sarebbe un travisamento dello specifico agire per tagli e sottrazioni alla Festa, sintomo di debolezza civile.
San Placido, oltre la fede che, spontaneamente e senza ostentazioni di sorta, si coltiverà – possiamo dircelo senza voce affettata o contrita -, è la pasta al forno, il vestito nuovo, la “fiera”, l’innamorarsi ancora. Il Santo è santo quando ci restituisce la gioia dell’umano. Non ci renderà possibilmente migliori ma, per una volta, orgogliosi di essere biancavillesi. Perché la Festa è per tutti, perché San Placido non dice mai di no.
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Editoriali
Quando la folla “cavò” gli occhi al Duce: Biancavilla da sempre antifascista
Buon 25 aprile con tre proposte politiche e culturali che avanziamo al sindaco Antonio Bonanno
Tanti italiani maturarono la piena consapevolezza della tragedia fascista quando videro l’orrore della guerra (e dell’occupazione nazista) in cui ci aveva follemente trascinati il Duce. Soltanto pochi intuirono e non sottovalutarono, fin dall’inizio, il destino senza libertà che avrebbe segnato il Ventennio più ignobile della storia italiana. Biancavilla non ha dovuto attendere i titoli di coda del regime per manifestare la sua avversione alle camicie nere e al totalitarismo cui ci avrebbe incatenato Benito Mussolini. Lo ha fatto con orgoglio e straordinaria partecipazione un anno dopo la Marcia su Roma e ancor prima del vile delitto Matteotti. Era il 23 dicembre del 1923, giorno in cui i biancavillesi animarono la prima sommossa popolare avvenuta in Italia contro il fascismo.
Una pagina di storia che la storiografia nazionale ha snobbato, ma che testimonia l’orgoglio democratico e la ripugnanza alla dittatura di un piccolo centro agricolo di 16mila abitanti. Il pretesto fu l’introduzione della “tassa sulla paglia” da parte del commissario prefettizio Francesco Trombetta, imposto al Comune in sostituzione dei rappresentanti democraticamente eletti.
Il balzello – stabilito a tavolino per fare quadrare i conti comunali – avrebbe colpito indistintamente tutta la popolazione. La protesta divenne subito un fiume in piena con un’imponente manifestazione di piazza. Fu assaltata la “Casa del Fascio”: i rivoltosi incendiarono la mobilia e si spinsero a cavare gli occhi al ritratto di Mussolini che era appeso ad una parete. I manifestanti raggiunsero la caserma delle guardie municipali e i casotti del dazio, poi dati alle fiamme. La rabbia si indirizzò contro il “Casino dei civili” (l’attuale Circolo Castriota). C’è chi fece irruzione in Municipio (quando si trovava ancora vicino alla chiesa dell’Idria), minacciando di incendiarlo. I rivoltosi rintracciarono e accerchiarono il cavaliere Trombetta, fino a malmenarlo. Pur essendo agli esordi, il regime rispose per giorni con l’assedio di tutto il paese, mobilitando truppe di pubblica sicurezza, carabinieri e milizia fascista. Ci furono arresti e processi, ma l’odiosa tassa fu ritirata.
Fatti ricostruiti e analizzati in “Biancavilla contro il Duce”, il volume di Alfio Grasso, pubblicato nel 2021 dalla nostra casa editrice “Nero su Bianco” e di cui siamo particolarmente fieri. Li rievochiamo proprio oggi, in questa Festa della Liberazione, perché riteniamo che Biancavilla debba alimentare l’esercizio della memoria, la propria innanzitutto. Non un esercizio retorico, di circostanza, liturgico, ma proiettato al presente. In quest’ottica, Biancavilla Oggi vuole avanzare al sindaco Antonio Bonanno e alla sua coalizione alcune proposte politiche e culturali dal valore simbolico. Proposte che possano contribuire a (ri)formare una coscienza civica e politica con il presupposto di riscoprire un tratto della nostra nobile identità: quello dell’antifascismo.
Un dossier per il Quirinale
Auspichiamo, innanzitutto, che il Comune di Biancavilla possa intestarsi un lavoro di documentazione storica. Il libro di Grasso è ben dettagliato, ma altri elementi inediti si possono aggiungere. Qui ci limitiamo ad accennarne due. Il primo riguarda la lettera aperta (scritta dallo scrittore e poeta Antonio Bruno ma non firmata), in cui Trombetta fu definito “pescecane”. Lettera distribuita due giorni prima della rivolta, finendo poi sul tavolo del Ministero dell’Interno. L’altro elemento è il verbale di consegna dei preziosi della Madonna dell’Elemosina che i membri del PNF locale nascosero e riconsegnarono al segretario comunale, temendo già l’insurrezione.
Un dossier – così lo pensiamo – che abbia non soltanto valore culturale, ma che – votato dalla Giunta e dal Consiglio Comunale – costituisca un fascicolo da inviare poi al Quirinale. Con una richiesta alla Presidenza della Repubblica perché decida un formale riconoscimento alla Città di Biancavilla, distintasi in Italia, prima di ogni altra località, con quella sollevazione di popolo contro il fascismo e a difesa dei valori democratici.
Una lapide sotto l’Arco Sciacca
Nell’attesa, il Comune può intestarsi una semplice iniziativa, a ricordo di quella memorabile giornata, sostanzialmente sconosciuta ai biancavillesi (e ad un corpo insegnanti incapace – nella conoscenza della storia locale – di andare oltre alla solita favoletta sui profughi albanesi). Il Comune, dicevamo, può apporre una lapide commemorativa che rievochi e onori quei fatti. L’occasione potrebbe essere il prossimo 23 dicembre.
Il luogo che ci sembra più adatto è sotto l’Arco Sciacca di via Vittorio Emanuele, da cui ha inizio via Antonio Gramsci. La targa marmorea si potrebbe fissare sul muro nel quale fino a pochi anni fa, prima che la facciata fosse tinteggiata, si vedevano i resti di un manifesto di epoca fascista. Proprio qui – dove adesso ha sede un circolo ricreativo – c’era la “Casa del Fascio” assaltata dalla folla di biancavillesi. E proprio qui, in pubblica via, furono accatastati e dati alle fiamme i mobili, oltre a sfregiare il ritratto di Mussolini, che ci sembra un segno potente dell’avversione di Biancavilla al nascente regime.
Cittadinanza al Duce da “revocare”
C’è un’ultima richiesta che Biancavilla Oggi avanza al primo cittadino, sulla scia di quanto avvenuto già in tanti comuni italiani, anche su input dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). In pochi lo sanno, ma l’istituzione comunale di Biancavilla conferì la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Si faccia carico, Antonio Bonanno, di proporre al Consiglio Comunale una delibera di revoca di quella onorificenza data a colui che soppresse le libertà fondamentali, fu responsabile della persecuzione politica e razziale e gettò l’Italia nei più tragici eventi della storia mondiale contemporanea.
No, non è un tentativo di “cancellazione della storia”. Tutt’altro. Sarebbe, invece, un atto che parli al presente e alle future generazioni. Non un processo né un giudizio retroattivo, ma un atto di responsabilità istituzionale, etica e civile che gli attuali consiglieri comunali assumerebbero di fronte alla storia per riaffermare i principi della nostra Costituzione repubblicana. E di quell’antifascismo di cui Biancavilla è stata antesignana e grazie al quale oggi possiamo festeggiare la Liberazione avvenuta nel 1945. Buon 25 aprile.
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ALFIO GRASSO
Biancavilla contro il Duce
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M. ZAMMATARO
8 Novembre 2017 at 13:32
E’ vergognoso. Il comandante dei vigili urbani faccia un favore alla collettività dimettendosi.
Come al solito certi personaggi in divisa sanno fare i forti solo con le persone perbene; con gli altri tremano di paura.
alfredo bonaccorsi
2 Novembre 2017 at 17:15
ieri mattina tornando dal cimitero in macchina mi trovavo dove ha il vivaio Mursia naturalmente visto che quella specie di parcheggiatori facevano sostare da entrambi i lati e la strada va a stringersi si e combinato un vero caos.dopo circa un venti minuti finalmente arrivano 2 vigili,1 vigilessa a cui solo xche ho detto che dovevano intervenire prima,mi ha risposto farmi i cavoli miei e perche non allacciata la cintura di sicurezza.(vorrei sapere quanti ne ha controllato se avevano la cintura )