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Cronaca

Il giorno dopo il violento rogo resta un’abitazione “disintegrata”

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di Vittorio Fiorenza

Tutto crollato e distrutto dal fuoco. E quelle strutture rimaste, con ogni probabilità, sarebbero da abbattere. Il giorno dopo il rogo di via Romania, all’angolo con via Unione Sovietica, a Biancavilla, che ha divorato un’intera abitazione a tre piani, lo scenario che si presenta è veramente spaventoso.

A fiamme domate, ciò che rimane dell’edificio e quello che si vede all’interno del garage, da dove sarebbe partito l’incendio, fanno meglio comprendere come una grande tragedia sia stata evitata per pura casualità.

I vigili del fuoco del distaccamento di Adrano con i rinforzi venuti da Catania hanno lavorato fino a sera. Quasi sette ore di intervento per spegnere ogni focolaio e delimitare l’area. Affianco a loro anche il personale comunale e i volontari dell’associazione di protezione civile, oltre a carabinieri e polizia municipale. Un lavoro, il loro, sempre prezioso. Ma la macchina dei soccorsi, va anche annotato, al di là delle dichiarazioni istituzionali con la solita retorica di circostanza, ha fatto emergere diverse falle, che hanno determinato dei ritardi, come peraltro documentato dai diversi videoreporter improvvisati su Facebook.

Nel quartiere, ancora impregnato dell’odore dei nuvoloni di fumo che si sono sprigionati per ore, resta lo spavento per quelle scene di vera emergenza che hanno fatto temere il peggio. E resta pure lo sconforto per una famiglia che è rimasta senza casa, senza mobili, senza i propri beni più elementari.

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Cronaca

Liti di vicinato all’ombra dell’Etna: querelle nel cuore delle Vigne

Denunce tra la struttura di accoglienza “Casa di Maria” e i proprietari dei terreni circostanti

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È una lite di vicinato che dura ormai da anni a colpi di denunce e carte bollate. Un pessimo rapporto tra confinanti, nel cuore delle Vigne di Biancavilla, ai piedi dell’Etna. Da una parte Casa di Maria, la struttura che accoglie bambini e donne in difficoltà e che, sotto la guida dei coniugi Sergio Pennisi e Carmela Comes, svolge un’importante attività sociale. Dall’altra, la famiglia Borzì, che è proprietaria dei terreni circostanti.

C’è adesso un verdetto del Tribunale di Catania. La prima sezione penale, a firma del giudice Cristina Giovanna Cilla, ha emesso sentenza di assoluzione nei confronti di Giuseppe Borzì e del figlio Placido, assistiti dall’avv. Vincenzo Nicolosi.

Erano accusati di diffamazione (ma «il fatto non sussiste») e ingiuria (ma «il fatto non è più previsto dalla legge», essendo stato depenalizzato). Una terza accusa, relativa alla detenzione di munizioni, è andata in prescrizione. La sentenza dispone pure «la confisca delle munizioni in sequestro e la loro trasmissione alla competente Direzione di artiglieria».

È soltanto uno dei capitoli di un’articolata querelle tra le due parti, che ha strascichi anche in sede civile. Resta pendente ancora, a carico dei Borzì, una denuncia per lesioni personali, il cui procedimento entrerà nel vivo l’anno prossimo.

Altre querele sono state prodotte negli anni. Lungo l’elenco delle accuse nei confronti dei Borzì: violenza privata, stalking, estorsione, violazione di domicilio, danneggiamenti, incendio e persino atti osceni in luogo pubblico. Ipotesi di reato per le quali non si è avuto seguito o, come nel caso della violenza privata, è stata disposta l’archiviazione.

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