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Cronaca

Furto da 10mila euro nella sede dei volontari di protezione civile

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La sede di via dei Peloritani dell’associazione di protezione civile

I ladri hanno scardinato i portoni dei locali di via dei Peloritani. Rubati due mezzi e vari attrezzi. Portato via il server del sistema di videosorveglianza. Il presidente Carmelo Amato: «Tanta amarezza tra i volontari».

 

di Vittorio Fiorenza

Furto nella notte ai danni dell’associazione di protezione civile di via dei Peloritani, la strada che da piazza Don Bosco porta in contrada “Pozzillo”. I ladri hanno portato via due quad e vari attrezzi. Nella denuncia presentata alla stazione dei carabinieri, il presidente Carmelo Amato ha indicato in oltre 10mila euro il danno subito.

Il gruppo che ha agito per mettere a segno il colpo era a bordo di un’auto: una Fiat Uno, poi risultata rubata dai controlli effettuati dai militari dell’Arma. Una volta entrati nella sede dell’associazione, da alcuni anni data in comodato d’uso dal Comune di Biancavilla, i ladri hanno potuto agire con tranquillità, fino a quando un’auto di vigilanza privata di passaggio nella zona li ha messi in fuga. Non hanno avuto il tempo di portare via il fuoristrada e un “bobcat” in dotazione dell’associazione ed altra attrezzatura usata dai volontari biancavillesi di protezione civile.

I malviventi, però, come ormai capita sempre più spesso, hanno avuto l’ingegno di portare via il server del sistema di videosorveglianza, la cui registrazione avrebbe potuta dare maggiori elementi per le indagini dei carabinieri.

Certo è che i ladri, avendo lasciato sul posto la Fiat Uno (già recuperata dal legittimo proprietario), erano organizzati con più veicoli e, tra questi, probabilmente, un camion o comunque un mezzo pesante in cui avrebbero caricato i due quad.

«L’amarezza che l’accaduto ha suscitato in tutti i volontari –dice a Biancavilla Oggi il presidente dell’associazione, Carmelo Amato– è dovuta al fatto che i mezzi e gli attrezzi rubati servivano a tutta la comunità. Il loro utilizzo è stato sottratto alle attività che noi svolgiamo a favore del territorio. Ci impegniamo e siamo presenti in casi di emergenza o particolari esigenze con spirito di servizio, purtroppo fatti di questo tipo con un così ingente danno, ci sconfortano e ci rattristano».

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Il presidente Carmelo Amato, in una foto d’archivio, su uno dei quad rubati nella notte

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Cronaca

La droga sull’asse Lombardia-Adrano con un biancavillese mediatore del clan

Dall’inchiesta “Adrano libera” emerge il coinvolgimento di un 71enne per l’acquisto di 1,5 kg di eroina

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di VITTORIO FIORENZA

C’è un biancavillese, Antonino Amato, 71 anni, trapiantato in Lombardia, tra i riferimenti del clan Santangelo-Taccuni di Adrano per arrivare all’acquisto di partite di droga. Secondo i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, l’uomo è da ritenere uno dei mediatori per l’approvvigionamento di stupefacenti nel Nord Italia. Il suo profilo e il suo ruolo emergono dalla recente operazione “Adrano libera” (con 38 indagati), condotta dal commissariato di polizia e dalla Squadra mobile contro il clan capeggiato da Gianni Santangelo.

«Sulla base degli elementi acquisiti –scrive il Gip– può concludersi per la sussistenza di gravi indizi di reità a carico di Amato» per i reati riferiti all’associazione mafiosa e alla droga. Per lui, la misura cautelare applicata dal giudice Giovanni Cariolo è quella dell’obbligo di presentazione alla P.G. tre volte a settimana.

Nelle carte dell’inchiesta, come appurato da Biancavilla Oggi, un capitolo corposo è quello della droga. Uno dei canali di acquisto è nelle province di Como e Varese (oltre che nel Messinese, in Calabria e in Campania).

Quando la Dda di Catania comincia ad intercettare le telefonate, alla fine del 2017, Amato è il primo contatto al Nord chiamato da Tony Ugo Scarvaglieri, uomo di spicco dei “Santangelo-Taccuni”, per avviare la trattativa di acquisto. «Il tempo che raccogliamo queste cose e poi…», assicura Scarvaglieri ad Amato, riferendosi alla raccolta del denaro destinato alla droga. E in effetti, l’organizzazione, per disporre di liquidità, assalta il “Credem” di Adrano, scardinando lo sportello bancomat (contenente quasi 25mila euro) con l’ausilio di un mini escavatore (trasportato su un camion rubato a Biancavilla).

La polizia ascolta e segue tutte le fasi. La trasferta al Nord degli uomini del clan. Il loro arrivo. Gli incontri e le trattative in loco. Il viaggio di ritorno verso la Sicilia con un carico di 1,5 kg di eroina.

Oltre ad Amato, entrano in scena, come mediatori in Lombardia, Domenico Salamone, originario di Adrano, e Giovanni Malagò, calabrese residente a Varese, che teneva i contatti diretti con il narcotrafficante albanese Emir Daci, fornitore dello stupefacente (arrestato già nel 2018 con 17,5 kg di eroina e 44mila euro in contante).

È Amato –secondo quanto emerge dall’inchiesta– a ricevere da Malagò un “provino” di eroina, che sarebbe stato testato da Federico Longo (un “intenditore”, ritenuto organico al clan) prima dell’acquisto. Tutti entusiasti della qualità e del buon affare. Sensazioni riferite subito al boss Santangelo, che segue ogni fase da Adrano: «Una bomba… Niente, Gianni, cose mai viste… Madonna mia!». Si passa all’acquisto della droga, si fantasticano consolidamenti di futuri affari.

Secondo i magistrati etnei, «Amato era personalmente coinvolto negli incontri del 22 dicembre che si erano conclusi con l’acquisto di mezzo chilo di eroina al costo di 12mila euro». Era solo una parte. L’intero quantitativo che il gruppo di adraniti carica in auto a Turate (in provincia di Como) viene trasportato, in direzione Sicilia, da David Palmiotti (già indicato da alcuni pentiti come “corriere” del clan Santangelo-Taccuni). Su un’altra auto gli fanno da “scorta” Longo, Scarvaglieri e Antonino Bulla, uomo-chiave del clan per gli affari di droga. È lui che guida la mission in terra lombarda, aggiornando per telefono ed sms il boss su ogni passaggio, incontro, spostamento, sviluppo della trattativa.

Tutto sembrava filare liscio. Fino agli imbarchi dei traghetti per oltrepassare lo Stretto. Qui, la Fiat Bravo di Palmiotti viene bloccata dai poliziotti e lui finisce in manette, dopo il sequestro di due involucri di “roba”. Erano nascosti nello pneumatico della ruota di scorta. L’arresto mette in allarme tutta l’organizzazione. Bulla chiama subito il boss: «Lo butto questo telefono?», chiede. «Che devi fare… ormai… a quest’ora ci hanno sentito…», risponde sconsolato Gianni Santangelo. Era il 23 dicembre del 2017. Per il clan di Adrano, quello sarebbe stato un brutto Natale.

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