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Cronaca

Furia devastatrice alle Vigne in casa dell’ex sindaco Cantarella

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Finestre rotte, tegole buttate giù dal sottotetto, stanze messe a soqquadro. Persino un grosso buco ad una parete. Un assalto vandalico. I balordi hanno preso a bastonate anche i due cani Tyson e Argo.

 

di Vittorio Fiorenza

Più che un furto con scasso è stata una furia devastatrice. Hanno rubato più che altro attrezzi di lavoro, ma sembra si siano divertiti a distruggere ogni cosa. Persone balorde. Ancor di più se si considera che hanno preso a bastonate i due cani che stavano all’interno della proprietà. I poveri animali sono stati trovati doloranti dopo qualche giorno dall’episodio.

Due case di contrada “Argentieri”, nella zona “Vigne” di Biancavilla, prese d’assalto da ladri e vandali. Sono quelle dell’ex sindaco Mario Cantarella e del nipote Marco, attuale consigliere comunale di Fratelli d’Italia.

Come viene raccontato a Biancavilla Oggi, i delinquenti «hanno rotto i vetri delle finestre, smontato parte del tetto, fatto un buco ad una parete». Già, per passare da un immobile all’altro hanno pure avuto il tempo di provocare un buco ad un muro.

Alla fine, la conta dei danni è più alle strutture, come evidenziato dai proprietari nella denuncia presentata nella stazione dei carabinieri di Biancavilla. Non hanno neppure risparmiato il sottotetto, da cui hanno buttato giù una ventina di tegole.


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I ladri si sono limitati a portare via alcune sedie da esterno, le televisioni, un calcetto, un motore della betoniera, un motosega, una chitarra, due casse acustiche per un valore complessivo stimato in 3-4mila euro.

Non hanno toccato nulla nelle stanze da letto, nelle cucine e nei bagni. Su un letto, però, hanno buttato delle conserve di pomodoro. Quasi uno sfregio, tipico di balordi, per l’appunto.

Per i proprietari è stata un’amara sorpresa, quando si sono accorti dei danni. Ma la preoccupazione maggiore è stata per i due cani che tenevano, Tyson e Argo. Su Facebook erano partiti gli appelli. Poi, a distanza di qualche giorno, il loro ritrovamento, sempre in zona Vigne. «Uno zoppica e si lamentano entrambi quando proviamo ad accarezzarli», ci dice uno dei proprietari. Segno che sono stati presi a sprangate o a colpi di pietre.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Cronaca

La droga sull’asse Lombardia-Adrano con un biancavillese mediatore del clan

Dall’inchiesta “Adrano libera” emerge il coinvolgimento di un 71enne per l’acquisto di 1,5 kg di eroina

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di VITTORIO FIORENZA

C’è un biancavillese, Antonino Amato, 71 anni, trapiantato in Lombardia, tra i riferimenti di fiducia del clan Santangelo-Taccuni di Adrano per arrivare all’acquisto di partite di droga. Secondo i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, l’uomo è da ritenere uno dei mediatori per l’approvvigionamento di stupefacenti al Nord Italia. Il suo profilo e il suo ruolo emergono dalla recente operazione “Adrano libera” (con 38 indagati), condotta dal commissariato di polizia e dalla Squadra mobile contro il clan capeggiato da Gianni Santangelo.

«Sulla base degli elementi acquisiti –scrive il Gip– può concludersi per la sussistenza di gravi indizi di reità a carico di Amato» per i reati riferiti all’associazione mafiosa e alla droga. Per lui, la misura cautelare applicata dal giudice Giovanni Cariolo è quella dell’obbligo di presentazione alla P.G. tre volte a settimana.

Nelle carte dell’inchiesta, come appurato da Biancavilla Oggi, un capitolo corposo è quello della droga. Uno dei canali di acquisto è nelle province di Como e Varese (oltre che nel Messinese, in Calabria e in Campania).

Quando la Dda di Catania comincia ad intercettare le telefonate, alla fine del 2017, Amato è il primo contatto al Nord chiamato da Tony Ugo Scarvaglieri, uomo di spicco dei “Santangelo-Taccuni”, per avviare la trattativa di acquisto. «Il tempo che raccogliamo queste cose e poi…», assicura Scarvaglieri ad Amato, riferendosi alla raccolta del denaro destinato alla droga. E in effetti, l’organizzazione, per disporre di liquidità, assalta il “Credem” di Adrano, scardinando lo sportello bancomat (contenente quasi 25mila euro) con l’ausilio di un mini escavatore (trasportato su un camion rubato a Biancavilla).

La polizia ascolta e segue tutte le fasi. La trasferta al Nord degli uomini del clan. Il loro arrivo. Gli incontri e le trattative in loco. Il viaggio di ritorno verso la Sicilia con un carico di 1,5 kg di eroina.

Oltre ad Amato, entrano in scena, come mediatori in Lombardia, Domenico Salamone, originario di Adrano, e Giovanni Malagò, calabrese trapiantato a Varese, che teneva i contatti diretti con il narcotrafficante albanese Emir Daci, fornitore dello stupefacente (arrestato già nel 2018 con 17,5 kg di eroina e 44mila euro in contante).

È Amato –secondo quanto emerge dall’inchiesta– a ricevere da Malagò un “provino” di eroina, che sarebbe stato testato da Federico Longo (un “intenditore”, ritenuto organico al clan) prima dell’acquisto. Tutti entusiasti della qualità e del buon affare. Sensazioni riferite subito al boss Santangelo, che seguiva tutto da Adrano: «Una bomba… Niente, Gianni, cose mai viste… Madonna mia!». Si passa all’acquisto della droga, si fantasticano consolidamenti di futuri affari.

Secondo i magistrati etnei, «Amato era personalmente coinvolto negli incontri del 22 dicembre che si erano conclusi con l’acquisto di mezzo chilo di eroina al costo di 12mila euro». Era solo una parte. L’intero quantitativo che il gruppo di adraniti carica in auto a Turate (in provincia di Como) viene trasportato, in direzione Sicilia, da David Palmiotti (già indicato da alcuni pentiti come “corriere” del clan Santangelo-Taccuni). Su un’altra auto gli fanno da “scorta” Longo, Scarvaglieri e Antonino Bulla, uomo-chiave del clan per gli affari di droga. È lui che guida la mission in terra lombarda, aggiornando per telefono ed sms il boss su ogni passaggio, incontro, spostamento, fase della trattativa.

Tutto sembrava filare liscio. Fino agli imbarchi dei traghetti per oltrepassare lo Stretto. Qui, la Fiat Bravo di Palmiotti viene bloccata dai poliziotti e lui finisce in manette, dopo il sequestro di due involucri di “roba”. Erano nascosti nello pneumatico della ruota di scorta. L’arresto mette in allarme tutta l’organizzazione. Bulla chiama subito il boss: «Lo butto questo telefono?», chiede. «Che devi fare… ormai… a quest’ora ci hanno sentito…», risponde sconsolato Gianni Santangelo. Era il 23 dicembre del 2017. Per il clan di Adrano, quello sarebbe stato un brutto Natale.

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