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Cronaca

Alfio Longo ucciso dalla moglie, la rapina è stata una messinscena

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Alfio Longo con la moglie Enza Ingrassia

La donna ha confessato: «Aveva scatti violenti, ero stanca di subire». Clamoroso colpo di scena nelle indagini sull’uccisione del 67enne alle “Vigne”. La pista dei balordi che assaltano la casa a scopo di rapina non ha retto. 

 

di Vittorio Fiorenza

Macché rapina. Nessuna irruzione di balordi. È stata tutta una messinscena. Ad uccidere Alfio Longo, pensionato di 67 anni, nella sua villetta delle Vigne di Biancavilla, sarebbe stata la moglie, Enza Ingrassia, 64 anni.

La donna, pressata dagli investigatori, avrebbe confessato nella notte. Non sono ancora chiari i dettagli e le motivazioni di questo gesto. Ma non ci sarebbero rapinatori, né italiani né stranieri.

Ecco che così si spiegherebbe il dettaglio dei cani che non hanno abbaiato o che i vicini non abbiano sentito nulla, fino al mattino quando la donna ha cominciato ad urlare. Ma, stando alla clamorosa svolta, era soltanto l’inizio di una farsa, che però non ha retto al lungo.

Maggiori dettagli saranno forniti nella mattinata in una conferenza stampa alla Procura di Catania. Attesa per questa mattina all’ospedale “Garibaldi” anche l’autopsia sul corpo della vittima.

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Cronaca

Liti di vicinato all’ombra dell’Etna: querelle nel cuore delle Vigne

Denunce tra la struttura di accoglienza “Casa di Maria” e i proprietari dei terreni circostanti

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È una lite di vicinato che dura ormai da anni a colpi di denunce e carte bollate. Un pessimo rapporto tra confinanti, nel cuore delle Vigne di Biancavilla, ai piedi dell’Etna. Da una parte Casa di Maria, la struttura che accoglie bambini e donne in difficoltà e che, sotto la guida dei coniugi Sergio Pennisi e Carmela Comes, svolge un’importante attività sociale. Dall’altra, la famiglia Borzì, che è proprietaria dei terreni circostanti.

C’è adesso un verdetto del Tribunale di Catania. La prima sezione penale, a firma del giudice Cristina Giovanna Cilla, ha emesso sentenza di assoluzione nei confronti di Giuseppe Borzì e del figlio Placido, assistiti dall’avv. Vincenzo Nicolosi.

Erano accusati di diffamazione (ma «il fatto non sussiste») e ingiuria (ma «il fatto non è più previsto dalla legge», essendo stato depenalizzato). Una terza accusa, relativa alla detenzione di munizioni, è andata in prescrizione. La sentenza dispone pure «la confisca delle munizioni in sequestro e la loro trasmissione alla competente Direzione di artiglieria».

È soltanto uno dei capitoli di un’articolata querelle tra le due parti, che ha strascichi anche in sede civile. Resta pendente ancora, a carico dei Borzì, una denuncia per lesioni personali, il cui procedimento entrerà nel vivo l’anno prossimo.

Altre querele sono state prodotte negli anni. Lungo l’elenco delle accuse nei confronti dei Borzì: violenza privata, stalking, estorsione, violazione di domicilio, danneggiamenti, incendio e persino atti osceni in luogo pubblico. Ipotesi di reato per le quali non si è avuto seguito o, come nel caso della violenza privata, è stata disposta l’archiviazione.

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