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Cultura

Il Corpus Domini a Biancavilla: festa del pane, della terra e… dei nuovi immigrati

Non solo rito religioso, ma anche memoria agricola e ponte tra passato contadino e presente multiculturale

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Mentre la sfera del sole raggiunge il suo punto più alto nel cielo, riscaldando le giornate della Piana di Catania, a Biancavilla comincia un rituale antico, scandito dal ritmo della natura: è il tempo della mietitura del grano. Un tempo, questo, che significava benessere e sostentamento per l’intera comunità. La terra, scura e generosa alle pendici dell’Etna, restituiva mesi di attesa e di lavoro con il frumento dorato, simbolo di ricchezza e sopravvivenza.

Il grano dava da mangiare a tutti: non solo ai proprietari dei campi, ma anche e soprattutto alle centinaia di braccianti impiegati a mietere, trebbiare e mondare i preziosi chicchi. In tempi difficili, segnati dalla miseria e dalla fame, l’abbondanza di un raccolto costituiva motivo di festa: la fatica era ripagata dalla certezza che per un altro anno si sarebbe avuto pane sulla tavola.

“U Signuri” e i quartieri in festa

In questo stesso mese di giugno, che prelude all’estate, Biancavilla celebra una delle sue feste più sentite: u Signuri. Una festa che unisce il sacro al quotidiano, il cielo e la terra, e che parla proprio del pane spezzato, dell’Eucaristia che diventa presenza divina tra la gente.

Il caldo estivo fa uscire di casa anche i più restii, e “a chiazza” si anima di voci, volti, incontri. È davvero la festa dei quartieri, della cooperazione tra vicini di casa che si traduce in bellezza.

Cominciando dalla Chiesa Madre, per un’intera settimana ha luogo, a turno in tutte le parrocchie, la processione d’a Sfera: il SS. Sacramento racchiuso dentro l’ostensorio che coi suoi raggi dorati richiama quelli del sole luminoso, generoso e forte.

Gli altarini con le lenzuala bianche

Un tempo, quando esisteva una sola parrocchia — la Chiesa Madre — era da lì che partiva l’unica processione. Ma dopo il 1952, con la nascita delle nuove parrocchie, ciascuna ha iniziato a organizzare la propria, coinvolgendo fedeli e volontari nel proprio territorio. E così ogni sera, tra le strade dei quartieri, si visitano sette, otto, anche dieci altarini preparati con cura e devozione agli incroci: strutture semplici, realizzate con assi di ferro o di legno, ricoperte di lenzuola bianche e ornate di fiori, cuscini, candele e luci.

Il sacerdote si ferma a ogni altarino per impartire la benedizione. Subito dopo esplodono le note della banda musicale – prima molto più diffuso, negli ultimi anni un po’ più raramente – e lo sparo di qualche mortaretto che echeggia in tutto il paese, mentre dai balconi piovono petali di fiori e si alzano i canti e le preghiere. Gli stendardi delle confraternite e i bambini, vestiti con gli abiti della Prima Comunione, aprono la strada a questo corteo sacro e gioioso, che celebra il pane spirituale ma anche, implicitamente, quello materiale, frutto della terra e del sudore dell’uomo, simbolo della prosperità che si spera per l’anno a venire.

Il pane che unisce: dalla terra ai nuovi immigrati

Non solo rito religioso, la festa del Corpus Domini è memoria agricola, è gesto collettivo, è riflesso simbolico del dono ricevuto dalla terra: il grano triturato, impastato e cotto diventa pane da condividere.

Oggi, mentre molti rimangono indifferenti, nelle piazze e tra le strade a osservare da lontano questa tradizione, ci sono anche nuovi abitanti, nuovi vicini di casa: marocchini, rumeni, albanesi, tunisini arrivati a Biancavilla in cerca di lavoro e di futuro. Molti di loro lavorano nei campi, partecipano alla mietitura, apprendono il valore della terra di Sicilia e, a poco a poco, si integrano nel tessuto vivo del paese.

Anche se le differenze religiose o culturali restano, sono sempre più frequenti i segni di partecipazione condivisa. Pure se spesso guardano stupiti perché qualcuno di quei gesti rimane incomprensibile e strano, molti si fermano a osservare in silenzio le processioni, riconoscendo nella devozione di quelle persone che sfilano, qualcosa di familiare, che parla anche a loro, nei loro linguaggi, nelle loro fedi.

Il pane, allora, torna ad essere simbolo universale: spezzato, condiviso, celebrato. È un ponte tra generazioni e culture, tra passato contadino e presente multiculturale.

Tradizione che si rinnova

Nel clima pomeridiano di questo bel periodo dell’anno, Biancavilla si racconta attraverso la festa del Corpus Domini: una tradizione che si rinnova, che accoglie e che tiene insieme. Il mistero del pane e della presenza divina ci parla anche del lavoro dei campi e della forza della comunità, in un rituale che unisce il sacro e l’umano, il locale e il globale, il passato e il futuro e si riscopre non solo paese agricolo ma comunità che accoglie, che ascolta e che vuole evolversi senza dimenticare.

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Cultura

”A Paci”, un palcoscenico di fede e tradizione, emozioni e coesione sociale

Un evento in cui si intrecciano teologia cristiana, ritualità popolare e meccanismi socio-psicologici

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Le tradizioni pasquali di Biancavilla compongono un linguaggio simbolico ricco e stratificato. Teologia cristiana, ritualità popolare siciliana, meccanismi psicologici dell’attesa e dinamiche socioculturali si intrecciano, dando vita a un’esperienza collettiva che celebra la rinascita in tutte le sue dimensioni.

La Pasqua qui è festa, ma anche teatro, psicologia e vita comunitaria che si incontrano tra piazze, chiese e case. Ogni gesto, ogni dolce, ogni abito nuovo diventa un ponte tra passato e presente, trasformando la celebrazione in un rito di rinnovamento collettivo che unisce fede e tradizione.

A cascata da’ tila: lo stupore della rivelazione

Fino agli anni ’60, a Biancavilla il momento più atteso cadeva a mezzogiorno del Sabato Santo. In Chiesa Madre, al suono delle campane, avveniva la Resurrezione e, all’improvviso, cascava a tila: il grande drappo che celava il Cristo Risorto.

Non era solo un gesto liturgico: dal modo in cui il telo scendeva si traevano auspici per l’annata agricola, segno del legame profondo tra fede e vita quotidiana.

Il rito affonda le radici nella tradizione medievale del velare le immagini sacre durante la Quaresima, simbolo di attesa e lutto. Lo svelamento rappresenta invece la rivelazione e la vittoria della vita sulla morte: un meccanismo universale, fatto di sospensione e sorpresa, che culmina in un momento di forte impatto emotivo.

Oggi la tradizione è stata recuperata in diverse parrocchie biancavillesi (ultima Santa Maria dell’Idria), e continua a emozionare. La caduta improvvisa del drappo rompe l’attesa e trasforma lo spazio sacro in un’esplosione di luce e gioia condivisa.

“A Paci” e l’Angelo che danza: la festa dell’incontro

La Domenica di Pasqua, il centro storico si trasforma in un grande palcoscenico. Già dalla tarda mattinata, l’Angelo compie tre viaggi dalla Chiesa dell’Annunziata alla Matrice per annunciare alla Madonna la resurrezione di Cristo.

In piazza Collegiata, le statue adornate di fave, spighe e fiori primaverili si incontrano e vengono fatte sfiorare dai portatori, mentre l’Angelo “balla”. Questo rito, da sempre chiamato “a Paci”, rappresenta la riconciliazione tra Dio e gli uomini, espressione popolare della Nuova Alleanza.

Applausi, campane, fuochi d’artificio e musica di banda accompagnano la scena. I movimenti sussultori delle statue richiamano antiche forme di danza: gesti che esprimono elevazione, liberazione e passaggio dalla tensione della Quaresima alla gioia della festa.

“A Paci” è, da sempre, un momento di forte coesione sociale: la comunità si ritrova, condivide emozioni e rinnova i propri legami.

U ciciliu: il sapore della memoria

Tra i simboli più dolci della Pasqua biancavillese ci sono i cicilìa: ciambelle di pane con uova sode e decorate con “cimini” colorati. Le forme — cestini, colombe, fiori, cuori — richiamano fertilità e rinascita, tra il pane che si trasforma e l’uovo che custodisce la vita.

Un tempo la loro preparazione era un vero rito domestico. Famiglie, vicini e bambini partecipavano insieme, trasformando la cucina in un luogo di condivisione e trasmissione di saperi.

Nei giorni precedenti alla festa, i cicilìa venivano donati a parenti e amici: più forte era il legame, più ricca era la decorazione. I fidanzati, ad esempio, si scambiavano dolci con dodici uova. Un gesto semplice, ma carico di significato, che racconta un tempo in cui i legami si nutrivano anche di piccoli simboli.

U vistitu novu: il segno del rinnovamento

Fino a pochi decenni fa, indossare un abito nuovo a Pasqua era una tradizione molto diffusa a Biancavilla, come in gran parte del Sud Italia. Nei giorni precedenti, le famiglie preparavano con cura gli abiti migliori, mentre i bambini attendevano con entusiasmo il momento di indossarli.

Non si trattava solo di un fatto estetico: il vestito nuovo segnava simbolicamente l’arrivo della primavera e della rinascita. Era un modo per sentirsi parte della festa e della comunità, rafforzando insieme identità personale e senso di appartenenza.

Una lezione che va oltre la festa

La Pasqua a Biancavilla insegna che la rinascita non è solo un simbolo religioso: vive nei gesti, nei riti e nelle relazioni.

Quando cade a tila, quando l’Angelo danza tra la folla, quando i bambini indossano l’abito nuovo, non si celebra soltanto la Resurrezione: si rinnova un legame collettivo fatto di fiducia, tradizione e partecipazione.

In un mondo segnato da divisioni, queste usanze offrono una lezione attuale: la rinascita nasce dalla condivisione e dalla capacità di riscoprirsi comunità. La Pasqua, celebrando la resurrezione di Cristo, invita a guardare oltre: oltre il presente, oltre le differenze, oltre le difficoltà.

Ogni anno, a primavera, torna a ricordarci la bellezza della vita che rinasce e la forza della condivisione. Perché il rinnovamento più autentico non è solo spirituale: è anche sociale, e prende forma nei gesti semplici di una comunità che sa ancora ritrovarsi. Buona Pasqua.

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Chiesa

Una tela pasquale nella chiesa dell’Idria fra tradizione e simbolismo cristiano

L’opera pittorica è stata realizzata da Alfredo Sergi e Francesca Crispi grazie ad una donatrice

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Nella parrocchia “Santa Maria dell’Idria” di Biancavilla, gli artisti Alfredo Sergi e Francesca Crispi hanno realizzato una suggestiva tela pasquale che unisce tradizione, simbolismo cristiano e profonda ispirazione biblica. La tela, destinata ad accompagnare l’ultimo periodo della Quaresima, rappresenta la Croce di Cristo circondata da angeli e simboli della Passione, richiamando il significato teologico della redenzione e della speranza.

«Sono lieto – sottolinea il parroco, don Giovambattista Zappalà – che una signora abbia voluto donare la creazione questa tela, che finora la parrocchia dell’Idria non possedeva, e soprattutto sono soddisfatto che a realizzare il dipinto siano stati due giovani della nostra parrocchia».

La tela raffigura al centro una grande croce lignea che si staglia tra le nubi luminose, sostenuta e circondata da figure angeliche. In alto compare la scritta INRI, abbreviazione di Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum, la stessa iscrizione posta sulla croce di Gesù secondo il racconto del Vangelo. Accanto alla croce si notano elementi fortemente simbolici: un angelo mostra la corona di spine, mentre altri angeli sorreggono il lenzuolo funerario che ha avvolto il corpo di Gesù. Nella parte inferiore dell’opera appare la scritta Ave Crux Spes Unica, espressione latina che significa Ave croce unica speranza. Frase tratta da un antico inno liturgico, nel quale la Croce viene indicata come strumento di salvezza dell’umanità.

Stile antico, sensibilità moderna

«Una grande emozione per me aver realizzato questa tela, dipingere la croce gloriosa di Cristo mi ha fortificato nella fede e sul piano professionale», afferma Sergi. «Un’esperienza che arricchisce dal punto di vista umano e professionale», aggiunge Crispi.

La croce non è solo simbolo di sofferenza, ma soprattutto segno di salvezza e vittoria sulla morte, tema centrale della Pasqua. L’opera si inserisce nella tradizione delle tele pasquali, presenti già in qualche chiesa biancavillese, dove l’arte diventa strumento di catechesi e preghiera. Attraverso questa rappresentazione, i due artisti hanno voluto riprendere lo stile delle antiche pitture sacre, mantenendo però una sensibilità moderna, capace di trasmettere ancora oggi il messaggio evangelico.

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