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Cento ragazzi al Piccolo Seminario per la “Festa del ciao” dell’Azione Cattolica

All’incontro hanno partecipato gruppi provenienti da due parrocchie di Biancavilla e una di Paternò

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La “Festa del ciao tour” si è svolta al Piccolo Seminario arcivescovile “Sacro Cuore” di Biancavilla. Un centinaio i ragazzi partecipanti e provenienti dalle parrocchie Annunziata e Sacro Cuore di Biancavilla e San Biagio di Paternò.

Accoglienza del’equipe diocesana dell’Azione Cattolica Ragazzi, promotrice dell’iniziativa, in un’atmosfera gioiosa con bans e animazione nello spirito che contraddistingue le “feste del ciao”.

Momento di preghiera iniziale curato dal vicario foraneo, don Giovambattista Zappalà, che ha rivolto ai presenti, oltre i saluti della comunità ecclesiale biancavillese, anche un breve pensiero sul tema scelto a livello nazionale. “Su misura per Te” è lo slogan che è risuonato più volte durante il pomeriggio.

La festa, organizzata nel massimo rispetto delle norme anti-Covid, è poi proseguita con dei giochi a stand nel grande cortile della struttura.

Ai rappresentanti delle parrocchie consegnata una targhetta ricordo dell’iniziativa e un pezzetto di stoffa che verrà custodito in prospettiva di un prossimo incontro diocesano.

«Un importante segno di speranza –sottolineano gli organizzatori– è questo “tour”, che consente ai gruppi A.C.R. di potersi incontrare nuovamente in presenza per riassaporare la bellezza della fraternità, del confronto e della “diocesanità”».

Saluti finali affidati al presidente diocesano, Tony Bonaventura, affiancato dai responsabili diocesani dell’A.C.R., Chiara Barbagallo e Gaetano D’Alì. Il “tour” continua domenica 17 ottobre a Belpasso e a Trecastagni.

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Chiesa

Chi suona l’organo ai matrimoni? No, tu no: lo strano “monopolio” a Biancavilla

Prassi fastidiose, consolidate da anni nelle cerimonie nuziali, in parrocchie ritenute proprietà private

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Come in ogni comunità ci sono vezzi e costumi ampiamente condivisi. Anche in quella di Biancavilla non mancano, certo, prassi e tradizioni riconosciute e consolidate da anni. Modi di fare e usanze a volte subite acriticamente. E per negligenza o convenienza, nessuno si è mai chiesto fino a che punto valga la pena che esistano. La comunità ecclesiastica del nostro paese non è certo un’eccezione. Molte sono le tradizioni e le usanze che vivacizzano i contesti parrocchiali del paese, rendendoli fruttuosi per la collettività. Non mancano, tuttavia, come in ogni contesto umano, prassi discutibili e francamente fastidiose.

Le faziosità, gli interessi e le preferenze sono sempre esistiti e di per sé non stupiscono neanche molto. Ma quando questi avvengono all’interno di contesti di chiesa – sarà per gli insegnamenti d’alto spessore morale dei prelati, sarà per via dei valori cristiani ostentati durante le loro lunghe omelie – risultano senz’altro più grotteschi.

È ormai usanza presso diverse chiese del nostro territorio porre un’esclusività sull’utilizzo del proprio organo. Più precisamente, cosa molto curiosa, solo quelle in cui avvengono riti nuziali. Alla bella tradizione del suono dell’organo durante la messa del matrimonio si accompagna quella più bizzarra che a suonare questo strumento sia sempre la stessa persona. Si potrà pensare che questa sia una chiara volontà degli sposi, che magari in un’occasione così importante preferiscono affidarsi ad un professionista al posto di un altro.

Chi può suonare e chi no

Purtroppo non sempre è così. Ormai da anni e in maniera sempre più decisa, chi celebra i matrimoni religiosi (o il parroco della chiesa nella quale si celebrano) decide autonomamente e in maniera del tutto disinvolta chi ha il diritto di suonare l’organo e chi no. Chi può suonarlo durante un matrimonio e chi no. Può anche darsi – e si è dato – il caso in cui, pur potendolo suonare per una messa – per esempio, non pagata – la stessa identica persona non possa avere il permesso a suonarlo per una funzione nuziale (per la quale l’organista viene chiaramente retribuito).

Un fatto che ormai da anni fa sorridere molti sposi, ai quali, in maniera a volte anche malcelata, viene posto un aut aut. O l’organo della chiesa è suonato da una specifica persona – ovviamente retribuita – o non è suonato affatto.

Questa direttiva viene molto spesso giustificata dalle più svariate e divertenti scuse che al momento vengono in mente al responsabile della chiesa o a chi per lui. Dalla ristrutturazione dell’organo, che al mattino viene comunque suonato dall’organista di preferenza del prelato, ma dopo qualche ora è inspiegabilmente o miracolosamente impraticabile. Alla scarsa preparazione del musicista di turno, giudicata sempre e comunque da eccelsi ignoranti in materia. Alla “tutela storica” dello strumento: si sa, infatti, che questi strumenti sono capricciosi con chi non li conosce abbastanza.

“Pacchetto organo”: prendere o lasciare

Insomma, negli ultimi anni non sono certo mancate situazioni come queste, bizzarre e a tratti divertenti, sulle quali si è sempre taciuto. Pur di non sollevare polveroni o polemiche, che sarebbero senz’altro state costruttive, ma al solito snobbate e inascoltate unanimemente dal clero locale, i musicisti di turno hanno dovuto sempre provvedere a portare la propria strumentazione a fronte di un chiaro divieto di utilizzo di quella già presente in parrocchia.

Questa forma peculiare di monopolio, finora prerogativa e lustro di una chiesa in particolare, è via via più condivisa anche da un’altra parrocchia che, pur non potendo vantare i numerosi titoli della prima, non vuole certo sfigurare ed essere considerata una semplice realtà ecclesiastica.

Anche chi si sposa nella seconda, infatti, può “scegliere” se avere il “pacchetto” organo o no. Se fidarsi del parroco e rivolgersi al suo “organista di fiducia” (il solo a poter suonare l’organo) oppure ricorrere ad altri musicisti, che, però, anche qui, dovranno arrangiarsi e procurarsi la propria strumentazione. Come se la cosa non fosse già vergognosa, l’organista “caldamente consigliato” in entrambe le parrocchie è lo stesso. Sarà proprio bravo questo organista!

Le “scelte” dei preti padroni

Situazioni assolutamente analoghe a queste sono all’ordine del giorno in tutta la Diocesi. Preti padroni che imperano in maniera assolutamente personale sulla strumentazione della parrocchia, ritenendola evidentemente di proprietà privata. È vero che strumenti di questo tipo sono molto sensibili e vanno suonati con attenzione. È altrettanto vero come i parroci non abbiano alcuna competenza in merito e non dovrebbero lanciarsi in giudizi affrettati, se non faziosi e di convenienza.

Se è vero che il parroco ha la facoltà di prendere questo genere di decisioni, è altrettanto vero che lui stesso dovrebbe essere un esempio di accoglienza e imparzialità.

Come è possibile integrare direttive così divisive e discriminanti con le belle prediche sulla comunione fraterna e l’importanza della comprensione reciproca? Quando il clero locale riterrà fatti del genere meritevoli di interesse e li affronterà?

La “questione musicale” appena sollevata è una delle prassi discutibili presenti nei nostri contesti ecclesiastici. A poco valgono le volteggianti coreografie celebrative o le parate plateali quando l’esclusione e il vile interesse sono i protagonisti indiscussi di una comunità. Inutili i cammini sinodali con i laici, se non si abbandonano i nepotismi e le logiche di potere. Solo da un’autentica condivisione, valore in comune tra musica e cristianesimo, può nascere la vita… E ironicamente il matrimonio ne è l’emblema.

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