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Chiesa

Padre Zappalà “sfoglia” l’album dei ricordi: «I miei incontri con Giovanni Paolo II»

A cento anni dalla nascita di Papa Karol Wojtyla, ecco la testimonianza “umana” del sacerdote biancavillese

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di Don GIOVAMBATTISTA ZAPPALÀ

Con gioia e volentieri ho accettato la proposta da parte di Biancavilla Oggi di presentare, in occasione del centenario della nascita di Giovanni Paolo II (18 maggio 1920), i mei incontri con lui. La mia vorrà essere una testimonianza semplice ma che ha lasciato traccia nella mia vita.

A 23 anni, dopo aver concluso i cinque anni di Teologia a Catania e ordinato diacono – siamo nel 1991 – monsignor Luigi Bommarito, arcivescovo di Catania del tempo, mi inviò a Roma per l’approfondimento teologico nel settore della liturgia; per due anni e mezzo fui alunno del Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo sullo splendido colle dell’Aventino a Roma, retto dai padri benedettini. E fu in quella permanenza romana che io ebbi diverse occasioni di incontrare Giovanni Paolo II.

Pur essendo stato inviato a Roma per studiare, io ho cercato di vivere le varie occasioni di largo respiro che la Città eterna mi offriva. E così ho partecipato alle grandi celebrazioni papali, non tutte ovviamente ma quelle … “storiche”. Infatti, fui presente quando Giovani Paolo II, a Santa Maria Maggiore, promulgò il Catechismo della Chiesa Cattolica. Così pure per il Sinodo per l’Europa. Ugualmente ad alcune canonizzazioni o eventi straordinari.

Mio insegnante al Sant’Anselmo fu monsignor Piero Marini, che per lunghi anni fu cerimoniere di Giovanni Paolo II. Tutti lo ricordiamo a fianco del Papa durante le celebrazioni papali. E fu proprio lui, monsignor Marini, a scegliermi da diacono per assistere il Papa per la celebrazione della Domenica delle palme 1992 (non ero ancora infatti sacerdote).

Era ovvio che il cerimoniere per le celebrazioni pontificie sceglieva collaboratori conosciuti e per quella Domenica delle palme scelse me, suo alunno. Fu per me una felicità immensa e inaspettata; non credevo potessi conseguire un onore così grande. Avvisai dell’evento solo i miei genitori e le mie sorelle, e nessun altro. Chiesi espressamente ai miei familiari di non avvertire nessuno; vivevo una sorta di emozione mista a pudore. Temevo di cadere nella tentazione della vanagloria. Certamente i miei genitori avvisarono i miei zii. Mio papà, il sabato pomeriggio precedente, a rompicollo andò a comprare il video registratore; imparò nel giro di qualche ora a usarlo per poter registrare la messa dove c’era suo figlio con accanto il Papa.

Domenica delle palme arrivò; Giovanni Paolo II iniziò il rito della solenne celebrazione che apre la Settimana Santa. Lui era, come in ogni celebrazione, pienamente presente e assorto a ciò che stava vivendo. Per nulla distratto dalle migliaia di persone che gli stavano davanti, specialmente giovani, essendo la “Giornata mondiale della gioventù”. Lui era consapevole di trovarsi davanti a Dio per servirlo e per servire i fedeli. Ricordo il momento in cui, alla presentazione dei doni, io dovevo porgergli l’incensiere ma girandomi verso di lui lo trovai con gli occhi chiusi in … contemplazione. È troppo se dico così? Mi chiesi tra me e me: “E adesso che si fa? Devo chiamarlo? E come si chiama un Papa? Devo “svegliarlo” da quella estasi dove si vedeva che stava dialogando con Dio?”.

Avrei dovuto mettergli l’incensiere nelle sue mani o aspettare che aprisse gli occhi? Ero convinto che toccandolo avrei preso una scarica elettrica che mi avrebbe tramortito, perché non sapevo l’esito nel toccare… un Papa. Fortunatamente aprì gli occhi, prese l’incensiere e tutto filò liscio. Finita la celebrazione salutò tutti noi che lo avevamo assistito nella messa, presso la Cappella della Pietà, proprio sotto la magnifica opera michelangiolesca. Ricordo lo sguardo così profondo di Giovanni Paolo II: quegli occhi verde misto a celeste che ti radiografavano, ti immettevano verso l’Alto.

Io pur essendo un ragazzo di 23 anni che non pensava minimamente alla sua canonizzazione, provai questa bellissima sensazione di trovarmi davanti all’uomo di Dio che ti fa gustare la bellezza dell’eternità. Non immaginavo che durante quella celebrazione della messa delle palme, trasmessa in mondovisione, i miei concittadini biancavillesi tempestassero di telefonate i miei genitori, dicendo di collegarsi su Rai 1 perché c’ero io accanto al Papa… magari pensavano che i miei genitori non fossero al corrente dell’evento. Persone veramente affettuose. Quando rientrai a Biancavilla, diverse persone si sono rallegrate con me; ricordo bene una signora: mi disse che l’onore di stare accanto al Papa non è stato soltanto mio ma di tutti i biancavillesi. Che senso di appartenenza e di civismo aveva questa donna!

In altre circostanze incontrai il Papa nelle grandi celebrazioni. A volte da lontano, altre volte da vicino con la stretta di mano. Ricordo un sabato sera d’ottobre, ero stato ordinato sacerdote da poche settimane, ed ero rientrato a Roma per riprendere gli studi. Con alcuni confratelli di Collegio siamo andati a recitare il rosario con il Papa; infatti ogni sabato sera di ottobre Giovanni Paolo II pregava con i fedeli il santo rosario nella Sala delle Benedizioni. Alla fine ci salutò e dopo aver stretto le mani di chi era dietro le transenne, io gli dissi: «Santità, io sono stato ordinato sacerdote poche settimane fa». E lui si voltò verso di me, era infatti già andato oltre, e tornando indietro mi disse: «Sei fresco di ordinazione, allora ti meriti una benedizione speciale». E mi mise la mano sulla testa.

Conclusi gli studi di specializzazione, ritornai a Catania. Nel 1994 ci fu la visita pastorale di Giovanni Paolo II a Catania. Per la celebrazione eucaristica, che si sarebbe tenuta in via Vincenzo Giuffrida e durante la quale ci sarebbe stata la beatificazione della salesiana suor Maddalena Morano, il cerimoniere pontificio, monsignor Marini, mi chiamò perché io potessi collaborare nel curare la celebrazione. E anche in quei suoi giorni catanesi, io ebbi ancora una volta la possibilità di stare accanto a Giovanni Paolo II, potendolo più volte salutare.

Da vice rettore del seminario – ero rientrato a Catania – chiesi al vescovo e al rettore se nella settimana dopo Pasqua, libera da lezioni, potessi portare i seminaristi a Roma per un pellegrinaggio romano, alle radice della nostra fede: quindi le catacombe di San Callisto, il sepolcro di San Pietro, la tomba di San Paolo e non poteva mancare l’udienza con il Papa. Giovanni Paolo II, che amava incontrare più persone possibili, permise di poter salutare il nostro gruppo e posare per una foto. Questo appuntamento si ripeté per 4 anni: a turno, infatti, accompagnavo le diverse classi di seminaristi. E ogni anno in quella occasione io avevo la fortuna di poterlo incontrare, salutare e scattare una foto. Un anno, il Papa era claudicante e portava già il bastone; prima di scattare la foto lasciò il bastone ai suoi collaboratori (un pizzico forse di fierezza?) ma chiese la mia mano per sicurezza. Ero felicissimo e onoratissimo di poter tenere la mano del Santo Padre.

In questi brevi incontri annuali dei seminaristi catanesi con il Papa, lui si intratteneva affabilmente ricordando la sua visita a Catania e Sant’Agata. E ci menzionava l’Etna, che in quella occasione a Catania aveva visto da lontano e che avrebbe voluto visitare. Colsi l’occasione per invitarlo di ritornare sull’Etna. Che audacia da giovane! Lui mi guardò e mi disse con un pizzico di malinconia che sarebbe stato difficoltoso. Per la verità ci era già stato sull’Etna negli anni ’60, quando era arcivescovo di Cracovia e si trovò a Catania, invitato dall’arcivescovo, monsignor Guido Luigi Bentivoglio.

A causa della mia malattia cronica, per anni ho dovuto fare la spola tra Catania e Milano per ricoveri o controlli medici. Una volta, di ritorno da Milano, chiesi di poter concelebrare con lui nella cappella privata. Mi fu concesso. Alle 6.30 del mattino bisognava essere già al Portone di Bronzo (che levataccia!). Arrivai poco dopo nella cappella del suo appartamento. Lo trovai seduto davanti al Santissimo Sacramento che recitava il breviario. Finito, chiuse il libro della preghiera, lo baciò; si alzò in piedi e girandosi verso noi presenti, ci salutò con un “Sia lodato Gesù Cristo!”. Finita la celebrazione eucaristica, nella Biblioteca Apostolica ci salutò uno ad uno. Gli chiesi una preghiera per la mia salute e la benedizione per i miei familiari e i miei parrocchiani.

Un’altra volta, sempre di ritorno da Milano, partecipai all’udienza generale del mercoledì a piazza San Pietro. Stavolta ero con mia mamma. Ancora una volta ho avuto la possibilità di poter salutare Giovanni Paolo II con la gioia di potergli presentare mia mamma, la quale era particolarmente commossa, se non stordita dall’ emozione. Lo trovai ormai molto stanco e affaticato. Era ormai verso il suo crepuscolo.

Quando lui morì, il 2 aprile 2005, sentì forte il dovere di vederlo e venerarlo insieme ai milioni di giovani e fedeli che si erano riversati a Roma da tutto il mondo. Anch’io ci andai con gruppetti di giovani biancavillesi, rappresentativi delle parrocchie di Biancavilla. Con un autobus, nottetempo organizzato, abbiamo viaggiato tutta la notte; all’alba siamo arrivati a Roma. Per poter accedere alla Basilica di San Pietro e salutare per l’ultima volta il “nostro” Papa, abbiamo dovuto fare una lunga attesa di fila. Dico “nostro” perché fu il Papa che ha cresciuto noi adolescenti e giovani degli anni ’80 e ’90. Davanti il corpo inanimato del grande Giovanni Paolo II, le guardie ci fecero andare oltre, velocemente. Nel pomeriggio abbiamo partecipato al funerale ma stavolta mi trovavo lontano, molto lontano dalla bara. Lontano fisicamente, ma vicino nel cuore. Per sempre.

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Chiesa

L’ultimo commosso saluto di Biancavilla a don “Ciccio” Furnari «uomo del sì»

In basilica i funerali del sacerdote salesiano: la celebrazione presieduta dal vicario generale della Diocesi

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© Foto Biancavilla Oggi
di Filadelfio Grasso

Nella Chiesa Madre di Biancavilla, sono stati celebrati i funerali di don Francesco Furnari, deceduto ad Alcamo il 3 agosto. Il commosso saluto della città che lo ha visto nascere e crescere si è unito ad amici, conoscenti ed estimatori provenienti da tutta la Sicilia e a quello dei ragazzi e degli operatori della comunità “Sentiero Speranza”, che hanno voluto essere presenti per manifestare la riconoscenza a chi, in anni bui e violenti per il nostro comprensorio, fu ideatore e artefice di un percorso di riabilitazione dalla tossicodipendenza pionieristico e non povero di difficoltà.

Presenti anche numerosi sacerdoti paesani, diocesani e della famiglia salesiana, della quale don “Ciccio” faceva parte.

Mons. Salvatore Genchi, vicario generale della Diocesi di Catania, nell’omelia ha voluto sottolineare come nel corso della sua esistenza, Francesco si sia speso tantissimo per coloro che hanno avuto esperienze dolorose, soprattutto per aiutarli ad uscire dal tunnel della droga. «La morte non è l’ultima parola sulla vita, poiché non può interrompere l’amore coltivato e vissuto. – ha detto mons. Genchi –  Il bene continua, ben oltre la vita terrena».

Il prevosto, don Pino Salerno, facendosi portavoce dei numerosi conoscenti, al termine della celebrazione ha tracciato un profilo di don Furnari: psicologo e psicoterapeuta impegnato nella riabilitazione dei sofferenti; professore di Psicologia religiosa all’Istituto Teologico di Catania e profondo studioso dell’animo umano; Sacerdote e salesiano al servizio dei fratelli.

Un pensiero è stato espresso anche dall’Ispettore generale dei Salesiani di Sicilia, don Giovanni D’Andrea che ha parlato di don Francesco come dell’«uomo della relazione», che ha saputo coltivare le doti della semplicità e dell’empatia: «Nei cinque anni che trascorse a Ballarò, quartiere difficile di Palermo, fu chiamato “u parrinu missionariu”, perché volle sempre essere un prete della strada per incontrare l’uomo, l’emarginato, il sofferente…».

Sul sagrato della Chiesa, attorno al feretro, diversi commenti hanno fatto emergere l’alto spessore culturale, la profonda spiritualità e l’immensa bontà di questo figlio di Biancavilla che qualcuno definisce come «uomo del sì».

«Il suo spirito salesiano, in lui aveva origini antiche – è la testimonianza di Salvuccio Furnari, cooperatore salesiano – infatti la sua vocazione all’aiuto dei giovani, particolarmente quelli con disagio, maturò fin da giovane, quando frequentò il Pontificio Ateneo Salesiano, dove approfondì la psicologia, sbocciando negli ultimi anni con l’ingresso nella Congregazione di Don Bosco».

Il suo modo ironico e gentile, la sua preparazione, frutto di studi continui, la sua discrezione e l’attenzione verso la persona, l’uomo, l’altro, si potranno dimenticare con difficoltà tra tutti quelli che lo hanno incontrato e conosciuto. La salma sarà seppellita nel cimitero biancavillese nella la cappella di famiglia.

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Fu “pioniere anti-droga” nella Biancavilla degli anni bui: addio a “Ciccio” Furnari

Chiamato da mons. Giosuè Calaciura, a lui si deve il lungimirante impegno per la comunità “Sentiero speranza”

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di Vittorio Fiorenza

L’ultimo contatto che abbiamo avuto con lui è dello scorso aprile: bisognava concordare una intervista a Biancavilla Oggi sui trent’anni di attività della comunità “Sentiero speranza”, una delle articolazioni dell’Opera Cenacolo Cristo Re. L’avremmo fatta appena possibile per rievocare gli anni torbidi della Biancavilla degli anni ’80 e l’intelligente lungimiranza di un progetto terapeutico con la realizzazione di un’oasi che ha accolto e accoglie chi cade nel vortice delle tossicodipendenze. Resta il rammarico di un colloquio mancato.

Padre Francesco Furnari – che di quella struttura ne è stato il responsabile, quando era ancora un laico, chiamato da mons. Giosuè Calaciura – è morto all’età di 72 anni ad Alcamo, dove era alla guida della parrocchia “Anime Sante” con annesso oratorio salesiano. I funerali saranno celebrati dal vescovo di Trapani, mons. Pietro Maria Fragnelli, mentre giovedì la salma sarà a Biancavilla per l’ultimo saluto, in chiesa madre alle ore 16, da parte della sua città.

Biancavillese di grande cultura filosofica, teologica e psicologica, che fu a capo del Centro Studi “Jacques Maritain” (aggregazione delle migliori intelligenze di formazione cattolica), Furnari è stato missionario nel Salvador, poi a Catania, cinque anni all’Albergheria di Palermo, quindi ad Alcamo, seguendo la sua vocazione salesiana. Darsi e aiutare gli ultimi, con un altruismo concreto, tutt’altro che astratto o retorico: sono i segni distintivi del suo percorso di vita e della sua attività sacerdotale.

A Biancavilla, la sua esperienza nella comunità “Sentiero speranza” è da considerare pionieristica. Erano gli anni del “Triangolo della morte”, della mafia col fucile a canne mozze e del crimine violento, dei morti ammazzati e della droga a fiumi. I “tossici” emarginati, quando ancora si sperimentavano al buio protocolli e vaghi programmi di recupero, lui li andava a cercare per convincerli ad entrare in comunità. Tanti giovani che si erano persi, oggi sono padri di famiglia che gli devono la salvezza.

Appresa della sua scomparsa, così lo ricordano “gli operatori passati e presenti” della comunità: «Negli anni in cui in questa terra si cercavano risposte alle pistolettate ed ai primi morti per droghe, non ti sei fermato, non ti sei fatto irrigidire dalla paura e dal disprezzo. Hai costruito un’opera di prossimità, di vicinanza, di accompagnamento alla vita. Avevi già intuito che il cambiamento non è solo una questione di comportamenti, perché intanto bisogna mettere al centro l’uomo, la persona, i suoi bisogni, le sue abilità, le sue capacità, la sua innata volontà a fare del bene ed a vivere nel bene».

Già, mettere al centro la persona. Una ventina di anni fa, Furnari aveva partecipato al progetto “Migrantes” con l’Arcidiocesi di Catania e l’Università: uno studio scientifico accurato sugli aspetti psicologici, sociali e umani del fenomeno migratorio a Catania, quando era ancora lontanissimo dal dibattito pubblico. Lungimirante: era così “Ciccio”, come veniva affettuosamente chiamato dagli amici. Al centro del suo interesse c’era sempre la persona per quello che era: un bambino, un ragazzo o un anziano, nella “sua” Biancavilla, in America Latina o nella trincea palermitana.

L’Arcidiocesi di Palermo, lo aveva salutato così quando era stato trasferito ad Alcamo: «Don Ciccio, a Ballarò, nel cuore del centro storico, ha condiviso le potenzialità, lottando contro l’illegalità e le ingiustizie e sostenendo tutte le forze sane che negli ultimi anni hanno risvegliato il mercato, da “Sos Ballarò” alle attività di animazione tra le bancarelle, dal teatro per i bambini agli artigiani in strada, con lo spirito gioioso che avvolge i salesiani».

È quella gioia che aveva trovato nell’esercizio sacerdotale (dopo gli anni dedicati alla professione e ai convegni internazionali), mantenendo lo sguardo su orizzonti lontani, pur occupandosi delle “periferie” sociali e dell’anima: «Ho cercato, nel mio limite, di immaginare la parrocchia come una finestra aperta sul mondo, il centro da cui partire per la missione».

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UNA VITA ANCORA PIU' BELLA Memorie di un sopravvissuto. Lettere e riflessioni inedite di Gerardo Sangiorgio, il biancavillese deportato nei lager nazisti per avere detto "no" alla Repubblica di Salò. La sua è la vicenda di un "Internato Militare Italiano" raccontata nel nuovo libro di "Nero su Bianco", curato da Salvatore Borzì con prefazione di Francesco Benigno e contributi di Liliana Segre, Massimo Cacciari, Luciano Canfora ed altri esponenti della cultura italiana.

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