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Movida, fenomeno vitale che diventa giungla per disinteresse del Comune

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di ANGELO D’URSO

Con l’inizio dell’estate, Biancavilla si riscopre centro di attrazione per i giovani del comprensorio, richiamati dalla nostra movida. Fortunatamente i ragazzi non sono più costretti a recarsi lontano dalle proprie residenze e a percorrere con i dovuti rischi della strada decine di chilometri per trovare un po’ di svago.

Tutto ciò pare non interessare alla nostra amministrazione. Molte amministrazioni ci invidierebbero questo fenomeno sociale e sicuramente ci avrebbero costruito una economia locale.

A Biancavilla la movida è diventata una palude senza regole e, quindi, i dipendenti delle varie attività commerciali, per potere servire ai tavoli, devono dribblare i veicoli in transito, si vedono ragazzi che mentre mangiano un panino devono respirare i fumi dei mezzi o passeggiare in fila indiana.

Grazie ai nostri imprenditori del settore siamo diventati uno dei pochi centri della movida catanese. Grazie alle loro iniziative (tributi a band, cervellone ecc.) Biancavilla in estate è viva.

Spiace constatare al contempo la non attenzione da parte degli amministratori, che se avessero anche un po’ di amore per la propria città agevolerebbero tali attività (senza danneggiare troppo i residenti), magari con delle iniziative nelle zone dei pub.

La scusa già pronta che al Comune mancano i soldi per poter fare quello che già i pub fanno a spese proprie nel loro piccolo è ridicola.

Basterebbe davvero poco: isole pedonali (con controlli che mirano alla tutela della sicurezza), postazioni stabili di vigili urbani anziché farli girare a vuoto (non capisco l’utilità di quattro agenti che girano in macchina), orari equi da rispettare (entro cui è possibile mettere musica), controlli mirati alla tutela del quieto vivere dei residenti troppe volte vittime degli incivili di turno che scambiano le traverse di via Umberto o di piazza collegiata per bagni all’aperto.

Detto ciò, continuando così rischiamo davvero di non dover parlare più di movida ma di giungla.

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Uno dei pub tra via Vittorio Emanuele e via Umberto

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Chiesa

Il prete che alzò la voce contro i mafiosi e lasciò il “palcoscenico” della basilica

Padre Nino Tomasello diceva che il cristiano deve saper tenere in una mano il Vangelo e nell’altra il giornale

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di ENRICO INDELICATO

Il Covid ha portato via padre Nino Tomasello e adesso mi piace pensare che Dio, o chi per lui, avrà certamente saputo accoglierlo in modo degno e con i meritati onori in quella patria celeste a cui tutti noi in fondo aneliamo, sperando, a volte contro ogni speranza, che esista veramente, da qualche parte lassù.

È stato un prete perbene, umile, discreto, gentile, con un sorriso timido e un sentire solido. Un pastore di quelli che, come dice Papa Francesco, non hanno mai paura dell’odore delle proprie pecore, che non disprezzano di sporcarsi le mani, che sanno scendere dagli altari. Non è una prerogativa che appartiene indistintamente e quasi per ruolo a tutti i pastori della Chiesa, anzi. Ecco, lui questo dono ce l’aveva.

Forse proprio per questo, tanti anni fa, aveva deciso, inopinatamente e spiazzando tutti, di lasciare il ruolo di prevosto della Chiesa Madre di Biancavilla, e non certo per fare un passo in avanti nel percorso degli onori e della gloria, ma per tornare a fare il parroco qualsiasi in una chiesa qualsiasi, lontano perfino dalla sua città.

Quel palcoscenico per prime donne, fatto come tutti i palcoscenici anche di apparenza e vanità, non faceva per lui. Un uomo mite e semplice come lui si trovava di gran lunga a suo agio dietro le quinte.

Eppure, mi ricordo, sapeva anche alzare la voce con autorevolezza, quando voleva e quando soprattutto era opportuno e doveroso farlo. Come quando, per esempio, tuonò contro la mafia durante un’affollata omelia estiva, proprio qualche giorno dopo un grave ed increscioso fatto di cronaca avvenuto in una Biancavilla come sempre attonita e superficiale. Quella volta invitò i biancavillesi presenti e sonnecchianti in Basilica a ribellarsi e a non accettare che una sparuta minoranza di delinquenti tenesse sotto scacco con il terrore e la sopraffazione un’intera città.  

Non mi è mai più capitato di sentire da alcun pulpito nostrano nulla di simile, con la stessa vibrante forza, con lo stesso evangelico coraggio.

Delle nostre tante chiacchierate me ne rammento una in particolare: in quella circostanza, si parlava del ruolo dei cristiani nella società, mi disse che il cristiano deve sempre saper tenere in una mano il Vangelo e nell’altra il giornale. Quella chiacchierata non l’ho più dimenticata. Riposa in pace, caro padre Tomasello…

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