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Cultura

Un intero paese in allegria: Biancavilla e i ricordi del Carnevale di un tempo

I carri, i costumi del negozio Sangiorgio, le foto in maschera dal cavalier Pellegrino o da Umberto

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Forse è solo nostalgia. O forse no. I carnevali di una volta erano più semplici, senza grandi pretese, senza effetti speciali. Avevano un’attesa diversa. Si aspettava il Carnevale per fare il sugo con la carne, quello preparato per l’occasione. Si aspettava per incontrare i “compari”, i consuoceri, per parlare dei ragazzi ormai grandi, prossimi al matrimonio. Si aspettava per stare insieme.

E poi c’erano le burle per la strada. Si tiravano “i callà”: scherzi innocenti che facevano arrabbiare – almeno per qualche minuto – le vittime più ingenue. Era un Carnevale fatto di relazioni dirette, di complicità.

Negli anni ‘50 arrivarono i carri allegorici. Famosissimi quelli messi su dai giovani del Convento dei Frati. Erano anni di entusiasmo e di ingegno popolare. Facevano il giro lungo via Vittorio Emanuele. Le altre strade erano troppo strette per consentire il passaggio. Esattamente come ora!

Gli anni dell’oblio

E poi ci furono gli anni Settanta e Ottanta. Il Carnevale in piazza divenne un ricordo. I biancavillesi preferirono le feste private, in casa o nei locali. Scelsero anche i Carnevali dei paesi vicini. La piazza sembrava aver perso centralità. Ma la festa, in realtà, non scomparve mai. Cambiò forma. Continuò nelle scuole, nei circoli, nelle sale private, nei ristoranti che proprio in quelle sere registravano un massiccio giro economico.

Le mercerie aspettavano quei giorni come un piccolo Natale. Tessuti, nastri, sete colorate, accessori: si vendeva in quantità esagerata. Una merceria del centro, in piazza Idria, il cui proprietario aveva un soprannome che odiava (e noi, per rispetto, non lo diciamo), faceva scorte settimane prima per farsi trovare pronta alla folla. Per entrare, in certe ore, bisognava fare la fila. Era un’economia silenziosa ma vitale. Il Carnevale muoveva mani, idee, commerci.

Le vetrine del negozio Sangiorgio

Alla fine degli anni ’60. intanto, aveva aperto uno dei primi negozi di abbigliamento. A Sangiorgio, proprio tra la fine di gennaio e febbraio, esponeva in vetrina manichini vestiti con costumi in maschera capaci di incantare i bambini di passaggio e, a dire il vero, anche più di qualche adulto. Dentro, tra specchi e scaffali ordinati, le giovani commesse erano pronte e abilissime nel consigliare agli incerti clienti il vestito adatto per misura e per occasione.

La loro bravura era tale che entrare “solo per dare un’occhiata” era un proposito destinato a durare pochissimo. Si varcava la soglia attratti da un costume di Zorro per il bambino o Cappuccetto Rosso per la bambina, e si finiva per uscire con un cappotto nuovo e un abito elegante per la mamma perché “era un’occasione e le stava proprio bene”.

La foto in maschera: un rito collettivo

E poi c’era la foto. Il rito obbligatorio per ogni bambino. La mamma aveva preparato il costume – cucito in casa, fatto fare a una vicina o, più raramente, a una sarta specializzata – e poi via, in passeggiata.

Si andava dal cavaliere Pellegrino, sulla via principale, oppure dal signor Umberto Maugeri, a calata ‘o tunnu. Si attendeva il proprio turno con un misto di emozione e impazienza. Le pose erano quasi sempre le stesse. Cambiava lo sfondo: scenografie dei cartoni animati, paesaggi dipinti, mascherine colorate. Quella fotografia diventava memoria ufficiale, certificazione della festa.

Nei bar si prenotavano con largo anticipo i cannoli. Quando non si preparavano in casa, insieme alle chiacchiere che riempivano l’aria di odore di frittura fino al giorno dopo. Era l’odore del Carnevale.

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Cultura

Da Modena a Biancavilla, il ricordo di Gerardo Sangiorgio: un uomo giusto

L’esperienza dell’intellettuale cattolico antifascista, che venne internato nei lager nazisti

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Anche nella provincia di Modena è stato ricordato Gerardo Sangiorgio, il biancavillese che sopravvisse ai lager nazisti. Un calendario pieno di eventi: la biografia e gli scritti dell’intellettuale antifascista oggetto di studio e attenzione nelle scuole di Solignano Nuovo e Levizzano Rangone, frazioni del comune di Castelvetro di Modena. Un evento dal titolo “Gerardo Sangiorgio, un giusto nel buio della Storia”, con il patrocinio della Regione Emilia Romagna, dell’istituto storico di Modena e dell’Anpi.

A raccontare la prigionia e l’internamento del siciliano è stato il figlio Placido Antonio Sangiorgio, che ha dialogato, alla presenza delle assessore Rita Botti e Linda Lo Truglio, con il consigliere comunale Salvatore Russo. Un dialogo arricchito dalla lettura di pagine memoriali e poesie di Gerardo Sangiorgio. Di particolare interesse i lavori sulla biografia di Gerardo Sangiorgio realizzati dalla classe 5 A e coordinati dalle insegnanti Roberta Casalini ed Elisabetta Scardozzi.

«Sangiorgio, un luminoso esempio»

Il sindaco di Biancavilla, Antonio Bonanno, e l’assessore alla Cultura, Valentina Russo, hanno fatto pervenire una lettera indirizzata alla comunità di Castelvetro di Modena e al figlio. «Gerardo Sangiorgio – scrivono – è stato e continua a essere un luminoso esempio di coerenza morale e civile: ha scelto il rischio e il sacrificio della prigionia in nome e per conto di valori quali la libertà e la democrazia. Valori che da docente ha insegnato e impartito a generazioni di allievi che lo hanno avuto come professore (…). Il pensiero e la voce del prof. Gerardo Sangiorgio indicano un cammino che mai deve mancare di speranza. La sua testimonianza ci ricorda che la dignità umana può resistere anche nell’abisso e che il coraggio di opporsi alla barbarie resta un faro per le generazioni future».

«Il giorno della memoria ci impone una riflessione sul presente così funestato da guerre, violenze, sopraffazioni – ha affermato Placido A. Sangiorgio -, la tragedia della deportazione di milioni di uomini e donne nell’ultimo conflitto mondiale è una piaga morale che mai si rimarginerà. La sua memoria è un indispensabile baluardo contro l’inumanità che attenta costantemente i cicli della storia».        

Gli studenti protagonisti a Biancavilla

A Biancavilla, diversi i momenti organizzati per la Giornata della memoria. A Villa delle Favare, il sindaco ha reso omaggio al prof. Gerardo Sangiorgio, davanti alla scultura a lui dedicata. Deposta una cesta di fiori nel “Giardino dei Giusti” all’Istituto comprensivo “Antonio Bruno”, spazio dedicato a quanti si opposero con coraggio alle persecuzioni. Omaggio floreale anche davanti alla stele commemorativa nel cortile della scuola “Luigi Sturzo”, luogo di riflessione per le giovani generazioni.

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Cultura

Gerardo Sangiorgio e i lager: ricordare vuol dire scegliere da che parte stare

La memoria non è esercizio sul passato, ma responsabilità nel presente per riconoscere certi segnali…

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Il 27 gennaio non è una data lontana. Non è un ricordo che appartiene solo ad altri luoghi, ad altre città, ad altre persone. È una giornata che interroga ogni comunità, anche quelle che non compaiono nei manuali di storia, quelle che si sono sempre pensate ai margini delle grandi tragedie del Novecento. Tra queste c’è Biancavilla.

Un nome, però, esiste. È quello di Gerardo Sangiorgio, biancavillese, soldato italiano, deportato nei lager nazisti dopo l’8 settembre 1943. Nelle sue Memorie di prigionia racconta la fine improvvisa di ogni illusione: la scelta imposta dai tedeschi tra il giuramento alla Repubblica di Salò e la deportazione. Scelse di non giurare. Scelse il lager.

Il lavoro forzato, la fame, la disumanità quotidiana, il corpo ridotto a scheletro. Sangiorgio si salvò per due coincidenze feroci e paradossali: prima il suo peso con 800 grammi in più rispetto ai 40 chili, limite sotto il quale la ferrea precisione dei Tedeschi aveva fissato l’inabilità al lavoro e quindi l’eliminazione. E poi, il giorno dopo, un bombardamento alleato che distrusse la fabbrica in cui era costretto a lavorare e gli diede la possibilità di fuggire. Le bombe che uccidevano, quella volta, gli salvarono la vita.

Ma fermarsi alla sua storia, per quanto drammatica, sarebbe comodo. Rassicurante. Trasformerebbe tutto in un episodio isolato, in una tragedia “altra”, subita da qualcuno, altrove. Il Giorno della Memoria, invece, chiede qualcosa di più difficile.

Ricordare la Shoah non significa solo ricostruire ciò che avvenne nei campi di sterminio. Significa interrogarsi su come fu possibile. E su quale fu il ruolo delle comunità, grandi e piccole. Anche di quelle che non videro mai un lager, che non ebbero una comunità ebraica visibile, che non furono teatro diretto della violenza.

Negli anni del fascismo, Biancavilla era parte integrante dello Stato italiano. Le leggi razziali del 1938 furono legge anche qui. Il razzismo non aveva bisogno di deportazioni per esistere: veniva insegnato, normalizzato, accettato. Entrava nelle scuole, negli uffici, nel linguaggio quotidiano. Anche dove non sembrava colpire nessuno in modo diretto.

La Shoah non fu solo il risultato della ferocia dei carnefici. Fu anche il prodotto dell’indifferenza. Di persone comuni, di paesi interi, che continuarono a vivere come se ciò che stava accadendo non li riguardasse. Questo è il punto più scomodo della memoria: riconoscere che il silenzio, molto spesso, è una forma di complicità.

Il 27 gennaio a Biancavilla – come altrove – significa allora ammettere che la Storia non accade solo nei luoghi simbolo, ma attraversa anche le periferie, i piccoli centri, le comunità apparentemente lontane. Significa riconoscere che nessun luogo è davvero estraneo quando vengono negate dignità e diritti a degli esseri umani.

La memoria non è un esercizio sul passato. È una responsabilità nel presente. Serve a riconoscere i segnali dell’odio, del linguaggio violento, della discriminazione, prima che diventino normalità. Il Giorno della Memoria riguarda anche Biancavilla.  Proprio perché la memoria serve a rendere visibile ciò che spesso resta invisibile. Ricordare, in fondo, significa scegliere da che parte stare. Oggi.

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