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Il dramma di Gerardo Sangiorgio e l’incancellabile impronta dei lager

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Anche nei saggi letterari l’uomo di cultura biancavillese, scomparso nel marzo del 1993, fa rivivere la sua disumana esperienza nei campi di concentramento nazisti.

 

di Salvatore Borzì

Il “Giorno della Memoria” è un severo monito della dignità profonda di ogni uomo. Valore da nessuna ideologia alienabile, tanto meno da una di disumana follia come quella nazista che, ertasi ad arbitro di chi deve vivere o morire, ha inteso cancellare il senso religioso dell’essere, stravolgendo l’ordine universale delle cose.

Nell’accecamento diffuso delle coscienze di quella generazione, alcuni si sono opposti alla persecuzione totalitaria – anche a prezzo di enormi sofferenze – come il biancavillese Gerardo Sangiorgio, fine letterato e poeta, uomo di giustizia di vita. Della sua tragica esperienza nei lager nazisti di Neubranderburg, e poi di Bonn e Duisdorf (patita per non aver voluto aderire alla R.S.I.), Biancavilla Oggi – sulla scorta della pubblicazione di una lettera scritta al fratello Francesco tre giorni dopo la caduta del fascismo – si è già occupata con un mio scritto (LEGGI QUI).

Mi piace qui ricordare Sangiorgio esaminando gli influssi della disumanizzante esperienza concentrazionaria sul suo universo letterario.

L’amore, letto nella sua poliedrica dimensionalità, è un topos visto come ciò che dà senso alla vita (nella lirica Ritorno uomo), come accettazione e donazione di sé all’altro in Così io t’amo. E’ pure riflesso del vero Amore (quello di Dio), fede incondizionata nei suoi segni (in Dio, mio tutto!), solidarietà fra gli uomini, realizzabile con una sola parola d’amore (in Tu dici che il mondo è cattivo), che fa sì che nessun uomo sia un’isola (in Altri ci subentrano). Sono certezze, a mio parere, di diretta derivazione da quella notte della storia. L’amore è, infatti, per Gerardo l’urgente e necessario bisogno di momenti di estasi, in antitesi all’assoluta negazione vissuta sulla propria pelle, corroborante in lui la fede, ancora di salvezza contro la disperazione.

Oltre alle poesie, degni di nota sono i saggi letterari, taluni davvero controcorrente per i tempi in cui apparvero, come quelli che sottolineano la religiosità di Baudelaire, la grandezza del crepuscolare Gozzano e un’apertura alla speranza nella Ginestra di Leopardi.

Il tema, infatti, per buona parte dei saggi, non è una scelta casuale, si leggano a tal proposito “Su il ‘Niccolò de’ Lapi’ di Massimo D’Azeglio” e “La rivoluzione francese del 1789”, saggio poco noto di Alessandro Manzoni.

Cominciamo dal primo, in cui Gerardo Sangiorgio, nell’immediato di quei tragici anni, scrive che il romanzo di D’Azeglio dimostra «il valore degli Italiani in tutti i tempi, anche in quelli più burrascosi, ed il loro perenne anelito a scuotersi dalle spalle il grave peso del servaggio» anche a prezzo di rinunce estreme, sintomatiche quelle del vecchio protagonista, lieto di offrire la vita dei suoi figli per la Patria, «nel lavacro di un’Idea che sublima il sacrificio». L’inciso «anche in quelli più burrascosi» sembra suggerito dal ricordo delle vicissitudini della patria e delle proprie, quando egli, a Parma, fu catturato dai nazisti nella notte tra l’8 e il 9 settembre del 1943 e condannato ai lavori forzati nei Lager in nome di alte Idee (sic!). La sua dignità di soldato e il rifiuto di prestare il suo sì alla nazifascista “repubblichina”, di cui egli scrive in due luoghi delle Memorie: descrivendo i momenti della cattura a Parma (dove rivendica con orgoglio che lui e i suoi compagni rinunciarono alla fuga «convinti che in quel momento la causa giusta, quella della lotta all’aggressore disumano e soverchiatore aveva bisogno di noi, per dare una nuova e onorevole svolta alle infauste tragiche vicende della nostra Patria»); in un altro luogo ricorda ancora con fierezza che alla proposta di barattare la prigionia con un sì alla Repubblica Sociale «noi dicemmo unanimemente NO!».

Nel citato saggio leopardiano, Salvatore S. Nigro vede l’icona dell’esempio morale di Gerardo Sangiorgio: la ginestra, piegata dai venti dello sterminator Vesevo, non soggiace inerte, ma resta ancorata alla terra, a testimoniare.

Ancora il ricordo delle definizioni manzoniane di «inutile strage», «momenti terribili», «atrocità», «orribile trionfo», «barbara gioia», relative a degli episodi della Rivoluzione francese, riecheggiano il lessico usato in molti luoghi delle Memorie, che sottolineano il carattere disumanizzante della detenzione: i prigionieri trasportati sui treni ai Lager sono «merce comune identificata solo da un numero», i vagoni «stipavano carne che già cessava di essere umana»; gli atroci patimenti portano all’«esproprio completo dell’umana personalità». Alla fine di questo saggio su Manzoni ricorda il citato Bonnemer, che salva da una morte atroce una bambina, rea di essere figlia di un ufficiale della guarnigione della Bastiglia, cacciandosi «tra quel branco di mostri, coll’impeto della pietà e dell’orrore», lo stesso con cui un prigioniero russo soccorre Gerardo, offrendogli, a rischio della vita, una sottilissima fetta di pane, come ricorda nelle Memorie e nella lirica Un pezzo di pane calpestato de La pietra polita del mare.

La stessa terribile esperienza detterà a Gerardo Sangiorgio, anni dopo, sentite parole in una memoria, ancora inedita, scritta per i suoi alunni nel giorno della Liberazione, con le quali mi piace concludere, in quanto ben sintetizzano il senso profondo della Giornata della Memoria:

«Noi delle vecchie generazioni ben lo sappiamo, noi a cui malauguratamente fu lasciata da quanti ci hanno preceduti una Patria sulla quale stagnava la pesante atmosfera della servitù. Ma noi questa Patria ora a voi la consegniamo olezzante dei fiori della libertà. Fiori di serra, fiori delicati, però, che hanno bisogno di tutte le vostre cure, e che si chiamano: liberi istituti, suffragio universale, partecipazione di tutti alla cosa pubblica, libertà di riunioni, libera parola, in breve, democrazia. Sono doni inestimabili. Che non abbiate la sciagura che vadano perduti! Difendeteli come la pupilla dei vostri occhi» contro quanti si battono per «un nazionalismo chiuso, esasperato, in ogni caso da subordinare ai valori più alti della comune umana civiltà: nella civiltà di cui è parte la mia patria, questa deve essere una forza viva, perché al di sopra della patria egoisticamente intesa – una patria che non tiene conto delle altre patrie – c’è una legge morale, una umanità, una civiltà».

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Imre Molnár, “La clessidra di Gerardo-Sangiorgio”, 2015

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