Cultura
Don Pasquale Castro, il prete-soldato in soccorso dei feriti della Grande Guerra
La storia del sacerdote assegnato all’amministrazione militare e impiegato nell’assistenza sanitaria
Seguendo le tracce dei religiosi biancavillesi coinvolti nella Prima Guerra Mondiale, emerge – dopo la cartolina di Placido Nicolosi ritrovata dopo oltre un secolo, come ha raccontato Biancavilla Oggi – un secondo nome. È quello di don Pasquale Castro, che tentò di diventare cappellano militare ma non ottenne mai la nomina. Un ulteriore tassello di una ricerca che continua a riservare sorprese.
I documenti che riguardano Castro appartengono a un altro tipo di memoria: quella fredda e precisa dell’amministrazione militare. Una memoria che non racconta emozioni, ma registra richieste, movimenti, incarichi e… punizioni. Per questo restituisce, dopo cento anni, un’immagine sorprendentemente pragmatica.
Pasquale Castro era nato a Biancavilla il 30 settembre del 1885. Ordinato sacerdote nel 1910 dal cardinale Giuseppe Francica Nava, proseguì gli studi a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana. Il suo è un percorso che sembra inserirlo pienamente nella formazione del clero colto dell’epoca.
La guerra interruppe questo itinerario senza preavviso. Con la mobilitazione generale anche lui venne richiamato alle armi. Il 26 febbraio 1916 fu assegnato alla 9ª Compagnia di Sanità di Roma. Fu arruolato nell’esercito come soldato, inserito in un sistema che aveva il compito di raccogliere, assistere e smistare i feriti. È un punto importante, perché chiarisce subito la sua posizione: non quella del sacerdote accanto ai soldati per ministero religioso, ma quella dell’operatore militare dentro una struttura tecnica e organizzativa.
Svolse il ruolo di portaferiti, uno dei servizi più delicati e rischiosi, che comportava il contatto diretto con i reparti e con la realtà più immediata della guerra. Successivamente venne promosso caporale e continua il servizio nella stessa struttura sanitaria. La sua traiettoria militare seguì il ritmo tipico di migliaia di uomini impiegati nella Sanità durante il conflitto.
L’istanza per diventare cappellano militare
Tra le carte emerge un elemento che introduce una deviazione rispetto alla semplice biografia militare. Don Pasquale presentò domanda per essere nominato cappellano militare. La richiesta, però, doveva essere accompagnata da una valutazione ecclesiastica che ne attesti la capacità. Da una lettera inviata da Roma il 2 marzo 1916 al cardinale Giuseppe Francica Nava si apprende che il sacerdote fu preso in considerazione dal Vescovo di Campo, mons. Angelo Bartolomasi, ma che per perfezionare la pratica era necessario l’attestato dell’arcivescovo di Catania che certificasse la sua idoneità alla predicazione e all’amministrazione della confessione.
Castro ricordò di averne già fatto richiesta al suo arcivescovo alcuni mesi prima. Temendo che il documento fosse andato smarrito durante la spedizione, sollecitò un nuovo invio. In realtà il certificato fu rilasciato il 26 novembre 1915. In esso il cardinale Nava dichiarò don Pasquale «idoneo alla confessione e alla predicazione» e quindi capace di esercitare il ministero religioso nell’esercito come cappellano militare. Questo documento, conservato tra le carte dell’arcivescovo, dimostra che il sostegno dell’autorità ecclesiastica non mancò.
Il ruolo (molto ambito) dei cappellani militari
La nomina a cappellano consentiva agli ecclesiastici di sottrarsi alla condizione di preti-soldati e di svolgere il proprio ministero sacerdotale all’interno dell’esercito. Mentre i sacerdoti arruolati come semplici militari potevano essere destinati a incarichi non strettamente religiosi e risultavano pienamente soggetti alle esigenze dell’organizzazione militare, i cappellani erano chiamati a fornire assistenza spirituale alle truppe, celebrando le funzioni religiose, amministrando i sacramenti e offrendo sostegno morale ai soldati, ai feriti e ai morenti. Per tale motivo, la nomina a cappellano era particolarmente ambita dagli ecclesiastici. Consentiva loro di mantenere una funzione più coerente con la propria vocazione e garantiva al tempo stesso un riconoscimento ufficiale sia da parte dell’autorità ecclesiastica sia di quella militare.
Furono numerose le richieste, sostenute da raccomandazioni di diversa influenza, presentate periodicamente all’autorità competente, ossia il Vescovo Bartolomasi, al quale erano stati riconosciuti il grado di Maggiore Generale. Ai cappellani, invece, era attribuito il grado di Tenente. Tale incarico assicurava una posizione distinta rispetto a quella dei preti-soldati, pur comportando gli stessi rischi, poiché molti cappellani operavano a ridosso del fronte, negli ospedali da campo e nei posti di medicazione, condividendo le difficili condizioni e i pericoli vissuti dai combattenti.
Una nomina a cappellano che non arrivò mai
La nomina per don Pasquale Castro, tuttavia, non arrivò mai. In una successiva lettera don Pasquale manifestò al cardinale il proprio dispiacere per il mancato conferimento dell’incarico. Dello scritto non resta traccia. Si conserva, però, la risposta di Francica Nava, che lo invitava ad accettare con spirito di fede la decisione ricevuta, esortandolo a «uniformarsi al divin volere» e assicurandogli la propria preghiera. Di quella pratica, invece, non rimane alcun riscontro nella documentazione dell’amministrazione militare, che registra soltanto l’esito finale: Castro continuò il proprio servizio come soldato nella Sanità militare. Viene trasferito varie volte. Dal maggio 1917 fu inviato in zona di guerra e prestò servizio presso il 57° Ospedaletto da campo. Successivamente operò in altre strutture, tra cui il Convalescenziario di Oriolitta e l’Ospedale Tappa di Vicenza, dove rimase fino ai primi mesi del 1919.
Lontano dalla trincea o dalle prime linee
La guerra di don Pasquale non si svolse nelle trincee d’assalto o sulle prime linee, ma tra corsie, ricoveri, feriti e soldati reduci dai combattimenti. Una mobilità continua, tipica di chi si muove dentro l’apparato logistico della guerra più che dentro le sue narrazioni eroiche, riportate nei libri di storia. Il suo foglio matricolare, con la sua apparente freddezza, aggiunge dettagli, annotazioni disciplinari, infrazioni. Episodi minimi, che in un contesto militare diventano tracce registrate e conservate.
Un episodio, in particolare, strappa persino un sorriso. Mentre era in servizio, fu sorpreso durante un’uscita libera con la mantellina slacciata e con un copricapo non conforme. Per quella leggerezza ricevette cinque giorni di punizione semplice. Non fu l’unica volta. Nel giugno del 1917 si allontanò dal reparto senza autorizzazione e ricevette una nuova sanzione disciplinare. Qualche mese dopo gli venne contestata una certa trasandatezza nel servizio di caporale di reparto, circostanza che comportò i soliti cinque giorni di punizione.
Piccole vicende che nulla tolgono al suo impegno e che, anzi, rendono la sua figura straordinariamente umana. Dietro il sacerdote, il militare e il futuro canonico, si intravede un giovane uomo costretto a una vita che non aveva mai immaginato, né voluta. Un sacerdote inserito in una struttura rigida, che deve adattarsi a una disciplina che non è quella del seminario o della vita pastorale.
Don Pasquale Castro: né cappellano né combattente
Terminato il conflitto, tornò a Biancavilla. Ricevette la dichiarazione di aver servito la Patria «con fedeltà e onore», fu definitivamente prosciolto dagli obblighi militari e riprese il proprio ministero sacerdotale fino a ricoprire incarichi di rilievo in diocesi. Muore il 3 luglio 1982, a 97 anni, attraversando quasi interamente il “secolo breve”. Resta, tuttavia, una zona d’ombra che la documentazione non ci può restituire. Accanto alla quotidianità del ministero sacerdotale, alle messe celebrate, alle confessioni ascoltate e alla normalità di una vita lunga quasi un secolo, si può soltanto immaginare ciò che rimaneva nel suo spazio più intimo: il peso dei ricordi, l’eco degli eventi vissuti al fronte, immagini che non raccontò mai a nessuno.
Ciò che colpisce dell’esperienza di don Pasquale Castro è il modo in cui la guerra lo ha collocato in una posizione intermedia: non cappellano e nemmeno combattente, ma sacerdote dentro la macchina dell’esercito. Una posizione che dice molto sulla complessità della mobilitazione del clero italiano durante il conflitto, e sul fatto che non esistesse un solo modo di “essere prete” nella guerra.
Da questa pluralità di posizioni emerge l’ultima figura della ricerca. Un sacerdote biancavillese che invece fu cappellano militare vero e proprio, assegnato a una delle brigate più impegnate del fronte italiano. Nelle prossime settimane, la sua storia chiuderà il percorso, spostando lo sguardo dal mondo della Sanità a quello più diretto della presenza pastorale tra i reparti combattenti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Cultura
Jimmy Sax, il musicista internazionale in concerto in piazza Roma il 4 ottobre
L’autore di “No man no cry”, con oltre mezzo miliardo di stream su Youtube, si sibirà per San Placido
Sarà Jimmy Sax, uno dei più conosciuti e apprezzati sassofonisti della scena internazionale, l’ospite musicale della festa di San Placido a Biancavilla. L’appuntamento è fissato per domenica 4 ottobre in piazza Roma, nell’ambito dei festeggiamenti dedicati al patrono della città. Una serata che punta dunque sulla musica e sul grande spettacolo, con l’arrivo a Biancavilla di un artista capace di conquistare il pubblico internazionale attraverso un originale connubio tra sassofono, musica elettronica e sonorità dance.
Jimmy Sax, nome d’arte del musicista francese Jeremy Rolland, è diventato popolare in tutto il mondo grazie soprattutto a “No Man No Cry”, brano che ha contribuito a trasformarlo in un fenomeno internazionale. Le sue esibizioni dal vivo sono caratterizzate dall’uso del sassofono come protagonista assoluto, inserito in arrangiamenti elettronici e ritmi coinvolgenti. Jimmy Sax vanta oltre mezzo miliardo di stream e un milione di iscritti su YouTube.
La sua presenza a Biancavilla è stata anticipata dal sindaco Antonio Bonanno: «Portare a Biancavilla un artista del calibro di Jimmy Sax è un regalo che facciamo alla nostra comunità e a tutti i visitatori che arriveranno da ogni parte della Sicilia. Sarà una festa della musica, un abbraccio collettivo che renderà la nostra città, per una notte, la capitale internazionale della musica».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Cultura
In Calabria premio al sacerdote Vincenzo Stissi, 77 anni dopo la morte
La comunità di Gallico rende omaggio al prete biancavillese, ricordato per il suo impegno di parroco
A 77 anni dalla sua morte, c’è una comunità che continua a ricordarlo con gratitudine. Non è quella dove nacque, ma quella dove esercitò il suo ministero sacerdotale. Gallico, alle porte di Reggio Calabria, ha conferito un Premio speciale alla memoria a don Vincenzo Stissi, sacerdote nato a Biancavilla nel 1877, cappellano militare durante la Prima guerra mondiale e, dal 1922 al 1939, parroco della chiesa di Santa Maria di Porto Salvo. Una scelta che racconta quanto profondo sia rimasto il legame tra quella comunità e quel parroco.
La cerimonia, inserita nella XVII edizione del Premio Gallico, è stata dedicata alle personalità che hanno lasciato un segno nella storia del territorio. Tra loro, anche don Vincenzo, a conferma di una memoria che il tempo non è riuscito a cancellare. Per la famiglia è stato un momento di intensa commozione. A ritirare il riconoscimento è stato Mario Mazzaglia, pronipote del sacerdote. A lui è stata consegnata una targa da don Angelo Battaglia, odierno parroco.
«Anche se non eravamo presenti tutti – racconta a Biancavilla Oggi Grazia Mazzaglia, sorella di Mario – ci siamo emozionati tantissimo. Io ho perfino pianto. Ma la cosa che ci ha colpiti di più è stata l’accoglienza riservata a Mario. Ha incontrato persone che ricordavano ancora padre Stissi e perfino il nostro papà. Per noi è stata una gioia immensa».
La figura di Vincenzo Stissi l’abbiamo tracciata sulle pagine di Biancavilla Oggi, nell’ambito di una ricerca sui sacerdoti biancavillesi che hanno partecipato alla Grande Guerra. Un racconto in tre puntate che ha sottratto dall’oblio quei preti-soldato (oltre a Stissi, anche Placido Nicolosi e Pasquale Castro), che vissero l’esperienza della trincea.
Religioso carmelitano prima e poi sacerdote del clero secolare, Stissi attraversò alcune delle pagine più drammatiche del Novecento. Finita la guerra, seppe conquistare l’affetto della comunità di Gallico, alla quale dedicò tanti anni del proprio ministero sacerdotale e dove ricostruì la chiesa parrocchiale, distrutta dal terremoto del 1908. Morì a Biancavilla nel 1949.
«Anche Biancavilla ricordi padre Stissi»
«Avevo appena pochi anni quando morì – ci racconta ancora Grazia –. I ricordi sono quelli che mi hanno trasmesso mio padre e le zie Caterina e Anna, che gli furono vicine fino agli ultimi giorni. So che fu lui a portare nostro padre in Calabria, a farlo studiare, a permettergli di conseguire il diploma magistrale e a iniziare la carriera di insegnante. Era una persona che si prendeva cura degli altri».
E poi un desiderio che Grazia esprime attraverso Biancavilla Oggi, anche a nome di tutti gli altri nipoti e pronipoti: «Vorrei che padre Stissi fosse ricordato anche a Biancavilla». Un desiderio che nasce dal cuore di una famiglia, ma che può diventare anche una riflessione per tutta la città. Il premio conferito a Gallico consegna infatti a Biancavilla una domanda semplice e significativa: perché una comunità distante decine di chilometri continua a custodire con tanta riconoscenza la memoria di questo sacerdote (grazie pure ad un lavoro di ricerca di Domenico Mazzu), mentre nel suo paese natale il suo nome è quasi sconosciuto?
© RIPRODUZIONE RISERVATA
-
Chiesa1 settimana agoIl vescovo Renna s’infuria con il sindaco Bonanno e nega la benedizione papale
-
Chiesa1 settimana agoRenna si scusa per i toni con sindaco e clero, ma ribadisce le regole liturgiche
-
Cronaca4 settimane agoIl questore: «È ritrovo di pregiudicati», altro bar sospeso per una settimana
-
Chiesa1 settimana agoRenna vs Bonanno, Avvenire: «No abusi liturgici, una lezione per clero e fedeli»




