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Cultura

Gerardo Sangiorgio, uomo giusto tra i giusti di fronte al male assoluto

Nella “Giornata della memoria”, il nostro omaggio al biancavillese sopravvissuto ai lager nazisti

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Se c’è uno studioso che più di ogni altro ha sondato le vicende umane, lo spessore intellettuale, la produzione poetico-letteraria di Gerardo Sangiorgio, questi è Salvatore Borzì. Per Nero su Bianco Edizioni, Borzì ha pubblicato due volumi.

Il primo è “Internato n. 102883/IIA. La cattedra di dolore di Gerardo Sangiorgio“, uscito nel 2019 con prefazione di Nicolò Mineo, ex preside della Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania. Il secondo, dato alle stampe nel 2020, è “Una vita ancora più bella. La guerra, l’8 Settembre, i lager“, che raccoglie lettere e memorie di Sangiorgio del periodo 1941-1945 con prefazione di Francesco Benigno, storico e docente presso la Scuola Normale superiore di Pisa.

Due volumi di cui “Nero su Bianco” (la stessa casa editrice di Biancavilla Oggi) va particolarmente orgogliosa. In essi sono riportati anche brevi contributi dedicati a Gerardo Sangiorgio da parte di Liliana Segre, Erri De Luca, Massimo Cacciari, Luciano Canfora, Giulio Ferroni, Giuseppe Galasso, Claudio Magris, Franco Marcoaldi, Enrico Nistri, Massimo Recalcati, Luca Serianni e Salvatore Settis.

In questa “Giornata della memoria”, vogliamo ancora una volta ricordare Gerardo Sangiorgio (di cui ricorre il prossimo maggio il centenario della nascita), attraverso un altro preziosissimo contributo del suo biografo. Una lettera ideale, che trasuda ammirazione per quel “NO” al fascismo e un’intera vita dedicata a promuovere gli ideali di libertà e giustizia.

Caro Gerardo,

sei stato un uomo giusto. Giusto fra i giusti. Perché hai trovato, in un tempo tragico per la vita tua e della Patria, il coraggio di non abbassare mai lo sguardo davanti all’orrore nella forza dei valori di libertà e giustizia che ti urlavano dentro, non chiedendo altro se non di prendere forma in scelte di vita, in testimonianza di nobili azioni. Valori che fanno l’uomo orgoglioso di essere uomo. Uomo con tutta intera la ricchezza dei suoi sogni, delle sue altezze e delle sue voragini, con tutta la sua luce.   

E di sogni, Gerardo, ne avevi tanti da realizzare. Primo quello di diventare docente di Lettere. Ti sei iscritto a questa Facoltà dopo aver conseguito a pieni voti la maturità classica nell’anno scolastico 1939/40 al Liceo “Giovanni Verga” di Adrano. Volevi dare forma ai valori di libertà e giustizia, educando legioni di giovani al Bello e al Vero attraverso la letteratura.

Ma il duce in quel terribile 10 giugno 1940 urlava ad una folla in delirio l’ingresso in guerra a fianco dell’alleato germanico. E nazista. Prometteva gloria e grandezza. Ovazioni che di certo ritenevi assurde, perché la guerra non può dare gloria né grandezza, ma avrebbe strappato a tanti giovani come te tutti i sogni.

Sei stato costretto ad arruolarti come volontario (a che punto arrivano le menzogne delle dittature!) al Servizio militare a Piacenza. Poi il fronte di Grecia. La nevrosi cardiaca ti ricondusse a Piacenza. Dal 1 settembre 1943 ti accolse la Scuola di Applicazione Fanteria di Parma. Qui ti raggiunse la notizia della firma dell’armistizio. Urla di gioia, festa, abbracci: illusione che la guerra fosse finalmente finita. Ma così non era. Ben altri orrori erano in attesa di spalancarsi sull’umanità.

La notte fra l’8 e il 9 settembre si svelò l’inganno: la caserma fu assalita dai tedeschi, i soldati tutti arrestati. Anche tu, Gerardo. La storia ti guardò dritto in volto con gli occhi disumani della barbarie, ti parlò con un gracchiante “Raus, raus” che ti rimbomberà nelle orecchie per il resto dei tuoi giorni. Ti pose davanti ad una scelta, una di quelle radicali, che non ammettono compromessi, mediazione, rinvii: aver salva la vita in cambio del giuramento di fedeltà alla barbarie o, in caso di rifiuto, l’inferno dei Lager nazisti.

Avevi solo ventidue anni (sei nato un secolo fa, il 20 maggio 1921). Ma non avesti esitazione alcuna: hai trovato la forza di urlare al barbaro fascista il tuo deciso “NO” nell’orgoglio di chi conosce l’inganno e vuole combatterlo, costi quel che costi, con forza di Verità. Quella che sola può nascere dalla certezza che ogni uomo custodisce in sé valore di dignità per il solo fatto di essere uomo, ebreo, omosessuale, disabile non fa differenza alcuna. Perché la vita non è nella disponibilità di nessuno, essendo ogni uomo valore, fine, mai mezzo per la realizzazione di un’ideologia. Figurarsi poi di una barbara come quella nazifascista.

Nella forza di questa verità hai trovato il coraggio di affrontarlo l’inferno, di non crollare mai sotto il peso di un disumano carico di orrore e dolore, di cui ci hai lasciato testimonianza nelle Memorie di prigionia, pagine che la disumanità senza senso della tua sofferenza rende toccanti fino alla commozione e che proprio il dolore sa trasformare in letteratura. La sola che di tutto quel dolore sa trovare un senso, se un senso c’è.

Di certo, pieno di senso è il tuo “NO”, il senso dell’uomo giusto, che sente il dovere di difendere la patria da disumanità e orrore per nobilitarla col sangue del proprio sacrificio in nome di libertà e giustizia, mentre il Re l’abbandonava alla barbarie. Egoisticamente. Irresponsabilmente.

In seguito a quel “NO”, continui, ebbe inizio il viaggio verso l’inferno. Caricato su vagoni piombati «come merce comune identificata solo da un numero», «vagoni sigillati, che stipavano carne che già cessava di essere umana; poi ancora i lager di eliminazione per i “traditori”». Traditori solo per aver «imbracciato le armi contro i soldati del Grande Reich» in difesa della patria dalla barbarie. E per questo degni di subire «il diabolico perpetrato snaturamento dell’essere umano».

Naubranderburg bei Neusterlitz, Bonn am Rhein, Düisdorf. Lager in cui l’oltraggio ad umana dignità si consumava in turni massacranti di un lavoro senza senso, dure punizioni per un niente, così, solo per il gusto di vedere il dolore prendere forma in un viso tumefatto senza un motivo, in denti spezzati senza un perché. Chiazze di sangue sul pavimento delle baracche solo per godere del terrore in uno sguardo implorante, invano, pietà per rivendicare anche solo un piccolo frammento di dignità. E poi le bombe sganciate dagli aerei delle forze alleate. Ai tuoi occhi bombe di libertà dall’orrore. Paradossalmente. Dovevi allora fuggire, sfidare la disumanità di un vile nazista che pistola in pugno ti impediva di entrare in più sicuro riparo, perché per lui tu non eri nulla. Potevi anche morire lacerato da una bomba o congelato, al freddo, con la schiena che volesti poggiare sulla neve per condividere con i compagni uno spazio troppo piccolo per riposare un po’.

E non cedesti mai, sempre «incurante dei mille volti della morte nei lager», neppure quando, per l’ennesima volta, ti fu offerta la libertà, «ma sotto condizione di rinnegare la nostra ansia di dare vita a una Nazione libera e civile». Ma tutte le volte tu e altri con te urlaste a squarciagola «unanimemente: “NO!”».

Non cedesti neppure quando ti costringevano a mentire nelle lettere che ti consentivano di mandare ai tuoi. Non so immaginare quanta sofferenza ti costò scrivere parole come queste: «il mio morale è elevato» (10-11-1943). Persino «io, vi ripeto, sto benissimo; anzi tanti mi dicono che mi sono ingrassato», e «il lavoro è diventato per me un caro compagno ed in esso trovo soddisfazione e forza spirituale e materiale per superare questo periodo di nostra separazione» (09-01-1944). «Salute e morale stanno benissimo» (06-08-1944). Anche questo è un volto di disumanità: costringere alla menzogna per nascondere l’orrore e divenirne, in un certo senso, complici. E col mezzo più nobile per l’uomo, che lo rende unico: la parola.

L’amore per la famiglia fu tua ancora di salvezza per non affogare, caro compagno, scrivi in alcune lettere, il continuo bisogno di scaldarti il cuore con «la santità della famiglia ed il dovere della riconoscenza verso Coloro cui tutto debbo» (12-10-1942), il tuo sognare «quel dolce giorno, che ci vedrà uniti» (13-8-1944) per cominciare «una vita più bella di prima, più bella ancora perché frutto della prova» (6-8-1944). 

Ma tua vera forza era sentirti sempre dentro la luce della fede, che ti ha lasciato in dono tua madre Assunta, in quel Dio che è Amore e che ti fu accanto sempre, ma specialmente, oso pensare (mi perdonerai la presunzione), quando scopristi di pesare quaranta chili e 800 grammi. Per quelle menti folli questi pochi grammi ti rendevano ancora abile al lavoro, e dunque, seppur per poco, degno di vivere. Il sottile confine fra vita e morte. Era il 24 dicembre 1944. Gesù nacque per te in quella terribile notte di Natale che trascorresti in compagnia della morte. La vedevi lì sdraiata accanto, in mano la falce che a breve si sarebbe abbattuta sulla tua innocenza. La guardavi, ma senza averne paura: l’uomo di fede non la teme la morte, perché lo affida alle braccia misericordiose di Dio. Semmai avevi terrore del modo disumano, spietato con cui ti sarebbe stata inflitta. È umano, comprensibile. Non so quali pensieri, quante preghiere ti si affollavano in cuore. Ma di certo sentivi Dio scaldarti col calore del suo Amore. Mai ti avrebbe abbandonato. E Dio non tardò a rivelarsi: il giorno dopo, giorno di Natale, le truppe americane liberarono il campo. Ai tuoi occhi erano «ciechi strumenti della Provvidenza», venuti a strappare «a una vita di stenti, di fame, di freddo, di lavoro massacrante, alcuni poveri infelici che, mercé l’opera loro, sarebbero tornati a cibarsi come uomini, a ripararsi convenientemente dal freddo, ad abitare case, a inserirsi nell’umano consorzio come tutti gli uomini civili, con una dignità e un lavoro da esseri umani e, soprattutto, non più schiavi di alcuno».

E la fede ti salvò anche quando ritornasti a vivere uomo fra gli uomini e ti diede la forza di riprenderti la vita, di realizzare tutti i tuoi sogni, di districarti fra tanti dolori, di vivere con la forza dell’amore, libero dall’odio verso il nemico, per il quale non hai sentito altro che compassione e pietà fino alla fine dei tuoi giorni. La fede ti permise di trasformare tutto quel dolore in amore, perché nel dolore hai saputo rivivere le stesse sofferenze di Cristo e, sul Suo esempio, trasformarlo in salvezza per te e gli altri. Perché l’amore salva sempre e nobilita ogni azione. Sei riuscito a vincere il dolore perché sapevi che l’unico modo per sconfiggerlo è riuscire a dargli un senso. Nessuna vittoria contro la barbarie può essere più nobile di questa.

E di questo amore tutta la tua vita è stata testimonianza, perché per te la vita è sete di amore, ma di amore vero, riflesso di quello incommensurabile di Dio. Ne sono prova il tuo impegno a favore degli ultimi, l’insegnamento, da te considerato missione d’amore, il modo in cui sei stato marito di una donna speciale, Maria, e padre di Placido e Rita. Amore anima anche le tue opere: i versi (La pietra polita del mare, Cuore che narra, Cielo e innocenza, Dal cielo meco tu torni a piangere. Poesie religiose. La prima ha avuto l’onore del premio “Stella d’Italia” nel 1971), che sono un solo inno all’amore per Dio, per Maria, per tua madre, in una parola all’amore per la vita; i racconti e i saggi sulla storia di Biancavilla alla riscoperta della memoria, in cui trovavi l’orgoglio di appartenere ad una comunità piccola, ma grande per la tua stessa sete di libertà, manifestatasi nella rivolta del 23 dicembre 1923, solo dopo un anno dalla marcia su Roma, contro i soprusi del regime; gli acuti saggi su Manzoni, Leopardi, Gozzano, il tuo concittadino Antonio Bruno e altri, su cui hai dato visioni innovative rispetto alla critica “ufficiale” del tuo tempo.

Vita piena d’amore la tua, caro Gerardo. Ma troppo presto ci hai lasciato in quel terribile 4 marzo 1993, portato via veluti prati / ultimi flos (Catullo, Carme 11). Sei passato come un sogno a ricordarci che l’uomo non è ombra di un sogno, come scrisse l’antico poeta greco Pindaro (Pitica VIII), ma la forza di un sogno, della speranza che un mondo diverso è sempre possibile. Per questo sogno, per tale speranza hai offerto la tua vita in olocausto, l’unico vero, perché non degrada l’uomo che è in noi in disumanità, ma lo esalta con la forza dell’amore e della testimonianza, nella quale, come i grandi uomini, continui a vivere. Testimonianza di amore per la straordinaria avventura che è la vita, nonostante il peso del dolore di cui ti ha caricato le spalle. Dolore con cui hai contribuito a consegnarci una patria in cui godere di «liberi istituti, suffragio universale, partecipazione di tutti alla cosa pubblica, libertà di riunioni, libera parola, in breve, democrazia». Lo hai ricordato un giorno agli alunni della Scuola media “Luigi Sturzo” di Biancavilla, commemorando il giorno della Liberazione. Non sono affatto doni gratuiti, dicesti, ma frutto di conquista e del sacrificio di tanti eroi come te. Beni preziosi, ma delicati come «fiori di serra», bisognosi di tante cure. «Che non abbiate la sciagura che vadano perduti! Difendeteli come la pupilla dei vostri occhi», ammonivi contro gli esasperati nazionalismi, ai quali hai ricordato che «al di sopra della patria egoisticamente intesa – una patria che non tiene conto delle altre patrie – c’è una legge morale, una umanità, una civiltà». È tutto qui, in fondo, il significato vero di umanesimo.

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Chiesa

San Placido oltre i confini locali: il culto che genera legami sociali e spirituali

Biancavilla, Messina, Castel di Lucio e altre città: una connessione secolare di fede e devozione

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Se si guarda alla Sicilia profonda, la devozione per i Santi Patroni rischia spesso di essere letta come un fenomeno puramente locale, un legame esclusivo e quasi geloso tra un paese e il suo protettore. La storia e le tradizioni religiose, però, ci restituiscono dinamiche molto più ampie e affascinanti.

Un caso esemplare è rappresentato proprio dal nostro san Placido: una figura il cui culto, lungi dall’essere confinato alla sola comunità di Biancavilla, rappresenta un potente filo conduttore che unisce territori distanti, da Messina a Castel di Lucio e Alì, fino a toccare altre aree del Mezzogiorno e del resto d’Italia, come Torrebruna in Abruzzo, San Benedetto Belbo in Piemonte, Olevano Romano nel Lazio e San Pier Fedele in Calabria.

Da esempio cardine dell’ordine benedettino a martire protettore, la figura di Placido attraversa i secoli, trasformandosi in un punto di riferimento spirituale capace di rimodellarsi attorno alle necessità storiche e sociali delle diverse comunità.

San Placido a Biancavilla, legame barocco

A Biancavilla, l’attaccamento a San Placido affonda le radici agli inizi del Seicento, epoca in cui il paese inizia a venerarne le reliquie. Sebbene le fonti del XVII secolo non permettano di ricostruire con esattezza l’entità delle prime celebrazioni, il Settecento segna una svolta decisiva. Con la proclamazione ufficiale a Patrono da parte del Vescovo di Catania, la festa di san Placido diventa l’evento più solenne e sfarzoso dell’anno.

Dal punto di vista sociologico, l’istituzione di una festa di tale portata non rispondeva solo a un bisogno di fede, ma svolgeva una precisa funzione pubblica: rinsaldare il senso di appartenenza della cittadinanza, esibire il prestigio della città e perfino strutturare lo spazio urbano attorno alla sacralità della festa.

Messina e la rinascita di un culto millenario

Per comprendere la diffusione di questa devozione, è necessario spostare lo sguardo a Messina, luogo in cui l’antica tradizione colloca il martirio del santo monaco. Messina ha considerato Placido il proprio custode da tempi immemorabili, ma è il 1588 l’anno che segna una svolta nella storia della devozione locale: il ritrovamento dei resti del santo, dei suoi fratelli e dei compagni sotto la chiesa di San Giovanni Battista. Lo sgorgare di una fonte ritenuta miracolosa in quel preciso punto accese un fervore che si tradusse in due imponenti feste annuali (il 4 agosto e il 5 ottobre). Le processioni, che vedevano la partecipazione congiunta del Senato messinese, dell’Arcivescovo e del popolo, erano una vera e propria rappresentazione del tessuto sociale e istituzionale della città.

Il pauroso terremoto del 1908, che distrusse gran parte del tempio risparmiando solo il sacello dei martiri, provocò un lungo indebolimento delle manifestazioni esterne. Eppure, il sentimento religioso profondo possiede una rara capacità di resistere ai traumi della storia. Recentemente, la devozione messinese ha vissuto una potente rinascita pubblica: la solenne processione straordinaria delle reliquie dei santi martiri del 4 agosto scorso, che ha visto sfilare i Tamburi dello Stretto, il gonfalone comunale, l’Ordine di Malta e delegazioni da tutta la Sicilia, dalla Calabria e da Roma, dimostra come San Placido continui a essere un catalizzatore di relazioni umane e il simbolo della ritrovata vitalità cittadina.

Castel di Lucio: la liturgia del corpo e della festa

L’espansione del culto tocca anche l’entroterra nebroideo, arrivando a Castel di Lucio nel 1590 grazie a fra Matteo Ferrara. Il cappuccino, dopo aver assistito ai trionfi messinesi per il ritrovamento delle reliquie, ottenne la concessione di un frammento sacro per la propria terra. Da allora, il borgo tributa al Patrono due feste (il 20 agosto e il 5 ottobre) attraverso rituali in cui il corpo del fedele diventa parte integrante della liturgia.

L’ascesa lenta della statua sulla scalinata del presbiterio, chiamata a cchianata di san Plà, che simula visivamente l’ingresso del santo in paradiso, offre ai fedeli un momento di forte intensità emotiva e vicinanza spirituale. A calata a cira, la suggestiva processione della vigilia, in cui i devoti accompagnano le reliquie con grossi ceri da deporre poi sull’altare, simboleggiando l’offerta della propria vita e del proprio lavoro quotidiano. E poi il corteo sul fercolo ottocentesco, che vede molti devoti camminare a piedi scalzi, un segno tradizionale di penitenza e ringraziamento.

Il rientro in Chiesa Madre si trasforma in una festa gestita direttamente dal popolo: la piazza diventa il palcoscenico della “Ballatedda di san Plà“, un movimento danzante guidato dalle note della banda che rompe la rigidità del rito e celebra l’unione profonda tra il santo e la sua gente.

Un’eredità benedettina

Al di là dei grandi centri dove la festa assume toni sfarzosi e folcloristici, la presenza di san Placido è capillarmente diffusa in tutta la Sicilia e nel Mezzogiorno, ovunque la storia abbia lasciato un’impronta benedettina. Pale d’altare, affreschi e monasteri custodiscono la memoria di quello che fin dall’epoca di San Benedetto è stato considerato il modello perfetto del discepolo.

Oggi, analizzare questo culto significa comprendere come una figura vissuta secoli fa riesca ancora a parlare alla modernità. Custode delle famiglie, dei giovani e del lavoro, san Placido incarna l’attualità del motto “Ora et labora”. In un contesto sociale spesso frammentato, dominato dalle contraddizioni e dall’effimero, la rete devozionale che unisce Biancavilla, Messina, Castel di Lucio e diverse altre comunità dimostra che la fede popolare non è un retaggio statico del passato, ma un legame dinamico, capace di unire le persone e dare forma a un prezioso scrigno di ricordi e vissuti comuni.

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Cultura

Sentimenti laici sulla festa e l’Icona: “Madre d’Amore, ridonaci… noi stessi!”

A M. Ss. dell’Elemosina si leghino le istanze di progresso, giustizia sociale, inclusione, emancipazione

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A poche ore dai momenti in cui Biancavilla si raccoglierà nuovamente attorno alla venerata icona della Madre d’Amore, diverse sono le considerazioni e molti gli interrogativi che possono sorgere a fronte dell’attuale clima sociale che fa da cornice.

Tradizionalmente, nell’ambito delle feste patronali la comunità biancavillese ricorda, dopo le celebrazioni di fine estate, la potente intercessione della Madonna dell’Elemosina: la Madre d’Amore. In autunno come in estate, i coreografici movimenti liturgici e i sonori fuochi d’artificio scandiscono l’importanza del gesto celebrativo collettivo.

Ma è proprio di fronte al convinto e ininterrotto ripetersi di questi riti comunitari che può sorgere un interrogativo, forse banale, ma del tutto necessario. Cosa significa oggi celebrare la Madre di Misericordia? Al di là dei consueti gesti liturgici e oltre all’innegabile valore religioso della festa, cosa significa e che utilità ha per Biancavilla ricordare oggi la Madonna dell’Elemosina?

Se è vero che l’Icona stessa rappresenta il tenero e incondizionato amore materno, c’è da chiedersi come nel cattolicissimo territorio di Biancavilla questo simbolo sia reso vivo e attualizzato. Con quale urgenza è vissuto questo sentimento che spinge a soccorrere, al di là di ogni interesse, chi è in condizioni di svantaggio?

La tanto celebrata misericordia

Con molta onestà bisogna riconoscere che esiste il concreto pericolo che la tanto celebrata misericordia della Vergine resti una caratteristica propria solo a lei; che cioè l’“Eleusa” venga lasciata da sola a “portare misericordia” nelle ricorrenze fissate.

Lasciando da parte i simbolismi smielati, possiamo dire che chi ha misericordia, ha rispetto e dà valore alla dignità dell’altro, a prescindere dai suoi meriti e anche quando lo si ritiene in errore. Il riconoscimento dell’infinita dignità del volto dell’altro è la conditio sine qua non di qualsiasi società etica e giusta, e in definitiva, l’unica epifania evangelicamente necessaria in una comunità che voglia definirsi umana.

Sotto quest’aspetto, i recenti avvenimenti fanno riflettere sulla rara concretezza di questo principio: democraticamente difficile, tanto per chi presiede i pontificali, quanto per chi vi assiste, disinteressato, dal bar. Ma se persino tra le fessure delle azioni liturgiche si tradisse una mancanza di misericordia, che senso avrebbe celebrarne il simbolo? Se anche tra una navata e l’altra si scalciasse per cantare in prima fila o “rivolgere i saluti liturgicamente leciti”, cosa resterebbe di queste pompose celebrazioni?

Il seme etico tra incenso e stendardi

Forse in un clima sociale spiccatamente polarizzato e a tratti divisivo, l’Icona biancavillese grida oggi la necessità di una ritrovata umanità. Laddove alcune parti sociali e politiche fomentano paura, odio e intolleranza verso qualsiasi cosa sia libera o diversa, il rischio è che il seme etico dell’amore cada sterile, tra incenso e stendardi, lungo la strada. 

La storia della nostra comunità testimonia l’importanza della misericordia e dell’amore verso i rami diversi dello stesso albero. Gli infiniti rami che, secondo la leggenda, trattennero la sacra Icona qui a Biancavilla molti secoli fa, rischiano oggi di essere tagliati in virtù dell’albero senza rami che vorrebbero alcune derive nostalgiche e fondamentaliste odierne.

È dunque per coerenza al proprio passato, e al simbolo della Misericordia che tanto devotamente viene portato in processione, che Biancavilla rappresenta ipso facto un simbolo di rinascita dall’incontro tra diversità. I valori di libertà e inclusione che intrinsecamente caratterizzano la misericordia della Vergine diventino istanze collettive concrete per un territorio vessato da onnipresenti disservizi e penuria culturale.

Per una “ri-fondazione” sui valori originari

In questo senso, il gesto celebrativo collettivo sia accompagnato da un sentimento laico di progresso, giustizia sociale ed emancipazione tanto necessari per questa terra. L’eco della storia biancavillese sia il punto di partenza e la presa di consapevolezza collettiva per una nuova “ri-fondazione” del territorio sui valori originari di inclusione e rispetto del diverso. I giochi pirotecnici della festa accendano la fame di emancipazione e progresso, oggi grandi assenti nella comunità, e le luminarie ne segnalino l’urgenza.

L’augurio per queste festività è che le istituzioni e le associazioni, tanto quelle religiose quanto quelle civili, presenti durante le celebrazioni, presiedano con inedita determinazione il pontificale della rinascita etica e culturale del territorio, sui valori originari di libertà e inclusione che tanto appartenevano agli albori della città. Viene proprio da dire “Madre d’Amore, ridonaci… noi stessi!”.

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