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Cronaca

Morti ammazzati senza colpevoli: una sequenza di sangue impunita

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Da sinistra: Antonio Strano, Giuseppe Mazzaglia, Roberto Ciadamidaro, Alfredo Maglia, Agatino Bivona e Nicola Gioco

Sei delitti in 4 anni. Impuniti. Antonio Strano, Giuseppe Mazzaglia, Roberto Ciadamidaro, Alfredo Maglia, Agatino Bivona, Nicola Gioco. Una vivacità criminale che fa di Biancavilla uno dei comuni italiani più pericolosi. Al di là di retoriche indignazioni e del solito perbenismo paesano.

 

di Vittorio Fiorenza

Sei delitti di stampo mafioso consumati in poco più di quattro anni, tra l’ottobre 2009 e il gennaio 2014: cinque sulle strade di Biancavilla ed uno ad Adrano, ma riconducibile al clan biancavillese. E poi almeno due omicidi sventati, un tentato omicidio (mai denunciato), il recente agguato fallito a Giuseppe Mancari e il ruolo “biancavillese” di primo piano nel gruppo arrestato con il blitz “Adernò”. Una vivacità mafiosa non così comune, quanto meno in senso statistico, in altre località siciliane ed italiane, al di là della superficiale e retorica indignazione, mossa dal solito perbenismo paesano, che si può avere nel leggere su Wikipedia di Biancavilla come uno dei comuni più pericolosi d’Italia.

Sei morti ammazzati, che però rimangono senza i relativi colpevoli. La scia di sangue comincia nel 2009 con l’eliminazione di Antonio Strano, un incensurato 41enne, la cui esecuzione però non lascia dubbi sulle modalità mafiose. Poi, nel 2010, è la volta di Giuseppe Mazzaglia “Fifiddu”, considerato il boss del clan biancavillese. Nel 2012, cade un suo fedelissimo: Roberto Ciadamidaro. L’anno seguente, il teatro del delitto si sposta ad Adrano: ammazzato Alfredo Maglia, altro biancavillese di spicco. Pochi mesi dopo, le “48 ore di sangue”. Un ping pong del terrore che in due giorni segna l’uccisione di Agatino Bivona (altro fedelissimo di “Fifiddu”) e di Nicola Gioco (nipote di Maglia).

Tutti delitti ancora senza i nomi di chi ha sparato, in pieno giorno o di sera, comunque in luoghi frequentatissimi, come nei più classici degli scenari da Far West e come a Biancavilla non accadeva dai famigerati anni ’80, epoca del “triangolo della morte”.

I retroscena dell’operazione “Garden”, come svelato da Biancavilla Oggi, hanno tracciato un gravissimo ed inquietante romanzo criminale. Dentro quel torbido ed irrequieto mondo mafioso biancavillese, il prezioso lavoro di inquirenti ed investigatori ha consentito –stando a quanto evidenziato dai magistrati della Dda– di sventare altri due omicidi (uno dei quali sarebbe stato programmato il giorno di San Placido del 2014). Un tentativo di esecuzione, poi, mai denunciato ma emerso dalle intercettazioni ambientali, sarebbe avvenuto in campagna, qualche giorno dopo l’uccisione di Nicola Gioco all’indirizzo del fratello Salvatore.

Tra qualche settimana si apriranno i due filoni processuali (uno con rito ordinario, l’altro con abbreviato) relativi al blitz “Garden”, le cui indagini prendono spunto dal delitto Maglia e si sviluppano dopo gli omicidi Bivona e Gioco, non senza considerare i precedenti agguati. Eppure, tra le carte giudiziarie (molto minuziose per descrivere colloqui, legami, fervori di vendetta e svelare il tessuto sociale su cui poggia la criminalità organizzata biancavillese) non ci sono accenni sugli autori materiali di ogni singolo omicidio. Una lunga scia di morte che ancora oggi resta impunita.


12 ottobre 2009: Antonio Strano

Una pioggia di fuoco per ammazzare un incensurato. Antonio Strano, 41 anni, titolare di una concessionaria di auto, viene affiancato dai sicari, mentre a bordo della sua Lancia Lybra percorre via Cristoforo Colombo. All’altezza dell’ingresso del cimitero, il blocco del veicolo da parte dei due killer. Strano non muore sul colpo. Trascinato fuori dal veicolo dai primi soccorritori, riesce a farfugliare poche parole: «Bastardi, bastardi».

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La cronaca di Mary Sottile nel tg di Ciak Telesud


19 aprile 2010: Giuseppe Mazzaglia

Eliminato il boss “Fifiddu”. L’uomo considerato al vertice del clan Toscano-Mazzaglia-Tomasello ucciso in via Carlo Pisacane, mentre era a bordo della sua Minicar. Due killer non gli hanno lasciato scampo a colpi di pistola e di fucile. Un’esecuzione plateale ad un pezzo da 90 (con un curriculum criminale per droga, rapine, estorsioni ed associazione mafiosa) che sancisce la frattura all’interno dell’organizzazione mafiosa di Biancavilla e che segna l’avvio di una lunga scia di sangue.

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Il clan in frantumi: tutto comincia con l’omicidio di Fifiddu


23 dicembre 2012: Roberto Ciadamidaro

Scene da Far West in via Cristoforo Colombo, all’altezza della fermata della Ferrovia Circumetnea. In due sparano all’impazzata contro Roberto Ciadamidaro, 39enne elemento di spicco del clan, ritenuto braccio destro di “Fifiddu”. Aveva appena preso un caffè al bar, quando viene raggiunto da una grandinata di piombo. Poi il tentativo di fuga tra i binari della Circumetnea, dove però viene colpito a morte. Dopo una lunga detenzione, era stato a Cremona. Eliminato alcuni mesi dopo il rientro a Biancavilla.

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La cronaca di Antonio Spitaleri nel tg di Antenna Sicilia


28 ottobre 2013: Alfredo Maglia

Assassinato all’interno del garage di casa, in via dei Gerani, ad Adrano. Alfredo Maglia, 41 anni, altro biancavillese di spicco del clan, ucciso a colpi di pistola. In due hanno agito, a bordo di uno scooter. Il suo nome e il suo volto sono presenti tra gli arrestati di diverse operazioni antimafia condotte a Biancavilla fin dagli anni ’90 e per le quali ha scontato molti anni di carcere. Tornato in libertà con un curriculum e una nomea di tutto rispetto, il suo dominio dura appena qualche anno.

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La cronaca di Antonio Spitaleri nel tg di Antenna Sicilia


13 gennaio 2014: Agatino Bivona

Fedelissimo di Giuseppe Mazzaglia “Fifiddu”, di cui viene indicato come “autista”, e già coinvolto nell’operazione “The wall”, il 63enne Agatino Bivona cade sotto il fuoco di 15 colpi di pistola, di cui 11 raggiungono varie parti del suo corpo. Uscito da una palestra di via Fallica, si dirige nella sua auto, parcheggiata a poca distanza. Capisce di essere un bersaglio e tenta di fuggire. I due killer, però, non gli lasciano scampo.

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Freddato all’uscita della palestra: omicidio mafioso in via Fallica

Quindici colpi per ucciderlo, indagini orientate verso Adrano

Bivona ucciso da due killer, funerali celebrati a “San Salvatore”

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La cronaca di Alessandro Sofia nel tg di Antenna Sicilia


15 gennaio 2014: Nicola Gioco

Sette colpi di pistola, cinque delle quali hanno centrato Nicola Gioco, 21enne, nipote di Alfredo Maglia. Affiancato dal suo sicario, mentre da pizza Sant’Orsola imbocca via Pistoia a bordo della sua Mercedes Clase A. Non ha un curriculum criminale, ma è noto alle forze dell’ordine per la sua “vivacità”. La sua esecuzione fa piombare Biancavilla in una cappa di terrore. «Bastardi briganti, ammazzaru ‘mpicciriddu», urlano i familiari.

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Agguato in via Pistoia per un 21enne: «Briganti, ammazzaru ‘mpicciriddu»

Pioggia di pallottole su Nicola Gioco, perquisizioni in diverse abitazioni

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La cronaca nel servizio del tg di Antenna Sicilia


Le reazioni alle “48 ore di fuoco”

Pattuglie e posti di blocco dopo gli agguati mafiosi a Biovona e a Gioco

Ris di Messina in campo per gli omicidi mafiosi di Bivona e Gioco

Il video: le «48 ore di fuoco» su Video Mediterraneo e BlogSicilia

Pasquale Pacifico agli studenti: «Niente eroismo, ma piccoli gesti di coraggio»

«Biancavilla dice no alla mafia», giovani in corteo nel video di YviiTv


 

Ulteriori approfondimenti

Il reportage di Mario Barresi: Vivere accanto alla morte e alla faida

Tentato omicidio nel viale Europa: sei spari che riportano agli anni ‘80

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Cronaca

La droga sull’asse Lombardia-Adrano con un biancavillese mediatore del clan

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di VITTORIO FIORENZA

C’è un biancavillese, Antonino Amato, 71 anni, trapiantato in Lombardia, tra i riferimenti di fiducia del clan Santangelo-Taccuni di Adrano per arrivare all’acquisto di partite di droga. Secondo i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, l’uomo è da ritenere uno dei mediatori per l’approvvigionamento di stupefacenti nel Nord Italia. Il suo profilo e il suo ruolo emergono dalla recente operazione “Adrano libera” (con 38 indagati), condotta dal commissariato di polizia e dalla Squadra mobile contro il clan capeggiato da Gianni Santangelo.

«Sulla base degli elementi acquisiti –scrive il Gip– può concludersi per la sussistenza di gravi indizi di reità a carico di Amato» per i reati riferiti all’associazione mafiosa e alla droga. Per lui, la misura cautelare applicata dal giudice Giovanni Cariolo è quella dell’obbligo di presentazione alla P.G. tre volte a settimana.

Nelle carte dell’inchiesta, come appurato da Biancavilla Oggi, un capitolo corposo è quello della droga. Uno dei canali di acquisto è nelle province di Como e Varese (oltre che nel Messinese, in Calabria e in Campania).

Quando la Dda di Catania comincia ad intercettare le telefonate, alla fine del 2017, Amato è il primo contatto al Nord chiamato da Tony Ugo Scarvaglieri, uomo di spicco dei “Santangelo-Taccuni”, per avviare la trattativa di acquisto. «Il tempo che raccogliamo queste cose e poi…», assicura Scarvaglieri ad Amato, riferendosi alla raccolta del denaro destinato alla droga. E in effetti, l’organizzazione, per disporre di liquidità, assalta il “Credem” di Adrano, scardinando lo sportello bancomat (contenente quasi 25mila euro) con l’ausilio di un mini escavatore (trasportato su un camion rubato a Biancavilla).

La polizia ascolta e segue tutte le fasi. La trasferta al Nord degli uomini del clan. Il loro arrivo. Gli incontri e le trattative in loco. Il viaggio di ritorno verso la Sicilia con un carico di 1,5 kg di eroina.

Oltre ad Amato, entrano in scena, come mediatori in Lombardia, Domenico Salamone, originario di Adrano, e Giovanni Malagò, calabrese trapiantato a Varese, che teneva i contatti diretti con il narcotrafficante albanese Emir Daci, fornitore dello stupefacente (arrestato già nel 2018 con 17,5 kg di eroina e 44mila euro in contante).

È Amato –secondo quanto emerge dall’inchiesta– a ricevere da Malagò un “provino” di eroina, che sarebbe stato testato da Federico Longo (un “intenditore”, ritenuto organico al clan) prima dell’acquisto. Tutti entusiasti della qualità e del buon affare. Sensazioni riferite subito al boss Santangelo, che seguiva tutto da Adrano: «Una bomba… Niente, Gianni, cose mai viste… Madonna mia!». Si passa all’acquisto della droga, si fantasticano consolidamenti di futuri affari.

Secondo i magistrati etnei, «Amato era personalmente coinvolto negli incontri del 22 dicembre che si erano conclusi con l’acquisto di mezzo chilo di eroina al costo di 12mila euro». Era solo una parte. L’intero quantitativo che il gruppo di adraniti carica in auto a Turate (in provincia di Como) viene trasportato, in direzione Sicilia, da David Palmiotti (già indicato da alcuni pentiti come “corriere” del clan Santangelo-Taccuni). Su un’altra auto gli fanno da “scorta” Longo, Scarvaglieri e Antonino Bulla, uomo-chiave del clan per gli affari di droga. È lui che guida la mission in terra lombarda, aggiornando per telefono ed sms il boss su ogni passaggio, incontro, spostamento, fase della trattativa.

Tutto sembrava filare liscio. Fino agli imbarchi dei traghetti per oltrepassare lo Stretto. Qui, la Fiat Bravo di Palmiotti viene bloccata dai poliziotti e lui finisce in manette, dopo il sequestro di due involucri di “roba”. Erano nascosti nello pneumatico della ruota di scorta. L’arresto mette in allarme tutta l’organizzazione. Bulla chiama subito il boss: «Lo butto questo telefono?», chiede. «Che devi fare… ormai… a quest’ora ci hanno sentito…», risponde sconsolato Gianni Santangelo. Era il 23 dicembre del 2017. Per il clan di Adrano, quello sarebbe stato un brutto Natale.

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