Cronaca
Vivere accanto alla morte e alla faida: un paese insanguinato e ammutolito
Molti si girano dall’altro lato: «Tanto si ammazzano tra loro». Un alibi borghese e paesano, un po’ codardo.
di Mario Barresi
È una storia di terapia e pallottole. Tante pallottole. Sputate nel pieno di una faida di mafia, con due morti ammazzati in 48 ore. Ma qui, in molti, preferiscono girarsi dall’altro lato. Ed è questa la terapia: «Si stanno ammazzando fra di loro, che ci interessa a noi?». Lo dicono al bar, lo ripetono in salumeria, lo ribadiscono al circolo degli anziani, lo sottolineano all’ingresso delle pompe funebri. Che poi un certo interesse sulla cosa ce l’hanno. No, troppo facile. È un alibi borghese e paesano, fors’anche un po’ codardo. Eppure serve a difendersi dall’angoscia di vivere in un posto in cui si muore per l’amianto e adesso si rischia di restarci secchi per un colpo vagante nella stradina dietro al municipio, a cento passi dalla scuola materna. E così la si esorcizza, questa fottutissima paura. Sbirciando di sottecchi, tenendo alla giusta distanza il pallottoliere della mafia, di «quelli lì» che «tanto si scannano tra loro».
Biancavilla si sveglia allampanata, con la barba lunga di due giorni e lo sguardo stralunato di chi non è riuscito a chiudere occhio, la notte prima. Le indagini sul secondo omicidio scorrono su una strada a senso unico obbligato. S’è rotta la pace mafiosa che ha garantito brandelli di territorio e ricchi affari a un mostro a tre teste. Il clan Toscano-Mazzaglia-Tomasello non esiste più. È soltanto un album dei ricordi, puntellato da quelle foto segnaletiche degli arrestati. Che invecchiano, pure loro, nel tragitto fra il carcere e la libertà con frequenti viaggi di andata e ritorno. I tre capibastone non ci sono più: il primo vittima di lupara bianca; il secondo ucciso nel 2011; il terzo in carcere per un bel po’. La cosca è stata inoltre polverizzata dalle operazioni delle forze dell’ordine: “Vulcano” (1, 2, 3 e 4: come Rambo), “Alexander”, “Rinazze”, “San Placido”. Ma è stata l’ultima retata a rivelare che qualcosa è cambiato. “The Wall”, nel 2008, ha confermato che droga e pizzo sono i due settori più proficui; e soprattutto, nella solita sfilata di facce degli arrestati, immortala non solo i vecchi boss con meno capelli, ma anche i giovani rampanti che si sono fatti le ossa spacciando morte ai ragazzini del comprensorio e che adesso pretendono un posto al sole. Anche perché sono cambiate le alleanze fuori dal paese. Che è piccolo.
E la gente parla. Bisbiglia a squarciagola che negli ambienti malavitosi in molti siano convinti che Alfredo Maglia, zio dell’ultima vittima (Nicola Gioco, 21 anni), abbia qualcosa a che fare con la morte di Giuseppe “Fififiddu” Mazzaglia, uno dei tre reggenti del clan. Grida sottovoce – la gente – che da quando i catanesi di Santapaola non sono più garanti dell’unità della trimurti gli emergenti sgomitano. Come quelli ai quali sarebbe stata invece legata la vittima di lunedì corso, Agatino Bivona, di 63 anni. In mezzo si sono infilati quelli di Adrano, perché il gruppo di Maglia è ritenuto vicino agli uomini di “Taccuni” Santangelo, a loro volta contrapposti agli Scalisi. Insomma, le carte si rimescolano. E il sangue scorre a fiumi: dal 2009 a oggi i morti ammazzati sono ben sei.
E la città? Come reagisce? Il sindaco Pippo Glorioso chiede al prefetto di Catania «l’immediata convocazione del comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico » e lancia un appello anche a «chi si sta ammazzando in questa faida criminale di cui non conosco i contorni», chiedendo loro «se ne vale davvero la pena», perché «il senso della vita è qualcosa di più alto e di più prezioso». Glorioso ha lanciato una proposta: niente tasse comunali per imprenditori e commercianti che denunciano le estorsioni; è una cosa recente, ma ancora nessuno si è fatto avanti. Il resto è un misto di tanti sussurri e poche grida. Lontano dalle invadenti telecamere. O magari patteggiando con il cronista l’anonimato. E allora sì che qualcuno si sbilancia.
Sulla tracotanza di «questi qui, che si sentono i padroni del paese». Ti raccontano di quella volta che la moglie del boss andò nel negozio di ottica e vide un bel paio di occhiali da 500 euro. «Belli, li prendo: poi passa mio marito». Al rifiuto del commerciante lei uscì indignata, ma il pomeriggio tornò il coniuge. «Me li fa vedere gli occhiali che piacciono a mia moglie? », irruppe brusco. E, appena agguantato il mancato oggetto del desiderio della sua femmina ferita, lo gettò a terra e cominciò a pestarlo. Fino a romperlo in mille pezzi. Uscì e non si fece più vedere. Anche perché, l’indomani, l’uomo fu ucciso. E non certo per gli occhiali da sole.
Si sfogano, i biancavillesi. Sulle «poche forze dell’ordine, perché qui non fanno un posto di blocco da anni». Poi anche i vigili urbani «che sono pochi e quei pochi sono tutti imboscati negli uffici». Ma tanto «se “quelli” devono ammazzare sanno dove e quando farlo senza farsi né vedere né sentire, e non saranno qualche carabiniere e qualche vigile in più a fermarli». È la linea di demarcazione fra il “loro” e il “noi”. Una coperta di Linus che ti fa stare al calduccio della coscienza. «Io non c’entro». Anche se talvolta la separazione diventa promiscuità. Come in uno degli ultimi funerali di una vittima della faida. Pieno di gente e di applausi. Tanto da far indignare l’associazione Maria Santissima dell’Elemosina, legata al culto della patrona: «Duole assistere al tristissimo fenomeno di funerali religiosi trasformati in una vera e propria manifestazione di tributo per le “virtù eroiche” del defunto morto in odore di mafia, con una partecipazione popolare che sgomenta e lascia aperti molti interrogativi. Soprattutto, ci chiediamo: perché tanti giovani accorrono ad un funerale di questo tipo?». I parenti dell’estinto non l’hanno presa bene.
E allora da dove ripartire? Da Giovanni Motta, che si autodefinisce «un piccolo imprenditore agricolo amareggiato». Non solo per la crisi, «perché le arance vanno via a cinque centesimi, un miseria». Anche per il crescendo di furti in paese e nelle campagne, «uno al giorno». La gente ha paura, «la scorsa settimana a uno gli hanno tolto pure le scarpe e i pantaloni». Ha paura anche Daniele Benina, giovane commerciante. Che dice di non pagare il pizzo, perché «nessuno me l’ha chiesto, ma con la crisi che c’è se me lo chiedesse gli direi: qui ci sono le chiavi del negozio». Spera che le sue due figlie «quando fanno diciott’anni vadano via non da Biancavilla, ma dall’Italia, perché qui non c’è futuro». Lo stesso futuro su cui s’interroga Giuseppe Bua, presidente dell’associazione Mercurio Avanguardia, parlando di «un ritorno al clima da Anni 80», quello del triangolo della morte Adrano-Biancavilla-Paternò. «Gli ultimi fatti di sangue lo dimostrano», sentenzia. Poi lo sfogo: «Crisi, inquinamento e mafia: chi resta in paese ormai è un eroe». A Biancavilla, «muori se respiri l’aria a causa dell’amianto, ma ora puoi morire anche se ti arriva una pallottola vagante in pieno centro». Rieccole, le pallottole. E la terapia: «Scappare». E basta? «O ripartire dai giovani, dalle scuole». Il tempo c’è.
(Articolo pubblicato su “La Sicilia” del 17 gennaio 2014)
Cronaca
Pistole e munizioni in camera da letto: Vito Amoroso finisce di nuovo in manette
Blitz dei carabinieri nell’abitazione dell’uomo, vecchia conoscenza del clan locale fin dagli anni ’90
Due pistole, una delle quali con la matricola abrasa, e numerose munizioni nascoste nella camera da letto. È quanto hanno trovato i carabinieri della Compagnia di Paternò nell’abitazione di Vito Amoroso, 59 anni, figura di rilievo del clan mafioso di Biancavilla fin dagli anni ’90.
L’intervento è stato condotto dai militari della Sezione Operativa che hanno organizzato una perquisizione nell’abitazione dell’uomo, già sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. Di primo mattino, dunque, gli investigatori hanno bussato alla porta di Amoroso, dando inizio alle verifiche nell’abitazione a due piani.
Sotto il letto matrimoniale, i carabinieri hanno scovato una busta al cui interno, avvolta in uno straccio: c’era una pistola mod. 950, con il colpo in canna e matricola abrasa, e con il caricatore inserito al cui interno c’erano altri 7 colpi calibro 6,35.
Nella stessa stanza, all’interno del comodino, era nascosta un’altra arma: una calibro 38 special, a tamburo, con matricola parzialmente leggibile e all’interno 6 colpi. Altri 11 proiettili erano sistemati in un guanto in lattice, adoperato come contenitore.
I revolver e le munizioni sono stati sequestrati per accertamenti. Amoroso è stato arrestato e portato al carcere catanese di piazza Lanza.
Vito Amoroso, vecchia conoscenza
Nel corso degli anni, Amoroso è stato coinvolto in diversi procedimenti penali. Nel 2013, l’uomo è stato arrestato proprio per detenzione illegale di armi e munizioni, oltre che per possesso di documenti d’identità falsi. E ancora, nel 2015, era poi stato coinvolto nell’operazione “Adernò” per traffico di sostanze stupefacenti. Il suo nome è, inoltre, emerso nel febbraio 2019 nell’operazione antimafia “Città blindata”: un blitz a Biancavilla su impulso della Dda di Catania.
La ricostruzione del suo ruolo nella criminalità di Biancavilla è emersa nell’ambito delle indagini successive ai due omicidi nel 2014 di Agatino Bivona e Nicola Gioco. Dopo la scarcerazione e il ritorno a Biancavilla nel luglio 2014, Vito Amoroso avrebbe affiancato il fratello Giuseppe, detto “Pippo l’avvocato”, nella gestione del gruppo mafioso, ricevendo quotidianamente visite di persone che lo aggiornavano sugli sviluppi delle dinamiche criminali. Le vicende dei due fratelli si sono intrecciate proprio in quel periodo, quando i carabinieri hanno cercato di ricostruire gli equilibri mafiosi di Biancavilla. L’influenza degli Amoroso sarebbe stata esercitata attraverso una rete di collaboratori e affiliati, con interessi nel traffico di stupefacenti, nella disponibilità di armi e nelle attività estorsive.
In quello stesso periodo, gli investigatori hanno documentato anche tensioni interne al contesto criminale di cui Amoroso faceva parte, fino al progetto di un gruppo rivale di eliminarlo, sventato nell’ottobre 2014 dall’intervento congiunto di carabinieri e polizia.
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Cronaca
Donna 53enne picchiata dal compagno: scattano il “Codice rosso” e l’arresto
Intervento dei carabinieri dopo la richiesta di aiuto al 112: la vittima si trova ora in una casa protetta
Una lite furibonda di notte e poi l’aggressione alla donna da parte del compagno. L’uomo, un 54enne, è stato arrestato per violenza domestica, a Biancavilla, dopo una segnalazione al Numero Unico di Emergenza 112.
Una gazzella del Nucleo Radiomobile di Paternò è intervenuta, su attivazione della Centrale Operativa, in un’abitazione nei pressi di via Giacomo Matteotti, da dove era partita la richiesta telefonica di aiuto da parte della donna 53enne.
La vittima sarebbe stata prima minacciata e poi aggredita fisicamente dal compagno dopo una discussione iniziata per futili motivi. Visibilmente scossa e agitata, la donna è stata trasportata da personale sanitario del 118, allertato dai carabinieri, al pronto soccorso. Per lei la prognosi indicata dai medici è di 10 giorni.
Il compagno, già noto alle forze dell’ordine, avrebbe, secondo quanto denunciato in caserma dalla vittima, costantemente esercitato pressioni psicologiche. Ripetute le aggressioni fisiche, aggravate dall’assunzione di alcool e stupefacenti. Da qui, i timori della donna, adesso collocata presso una casa protetta.
I carabinieri hanno attivato la procedura del “Codice Rosso” e arrestato l’uomo per “maltrattamenti in famiglia”. Adesso si trova rinchiuso in una cella del carcere catanese di piazza Lanza.
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