Chiesa
Padre Verzì lascia Biancavilla: «San Salvatore, un laboratorio di grazia»
Il parroco della trasformazione sociale: la chiesa-garage di “Spartiviale”, da periferia a comunità
Un nuovo incarico 25 anni dopo. A distanza di un quarto di secolo, giunto al suo terzo mandato alla guida della parrocchia “San Salvatore” di Biancavilla, padre Salvatore Verzì ha avuto dal vescovo la nuova destinazione nella parrocchia “Sant’Agata” di Bronte. Per il sacerdote di “Spartiviale” (quartiere che nella parrocchia ha costruito la sua identità, scrollandosi di dosso l’etichetta di periferia), sono giorni di emozioni, saluti, rievocazioni di ricordi e bilanci di un lungo percorso di vita e comunitario.
Ci avviciniamo al giorno della partenza da Biancavilla. Come vive questo momento, padre Salvatore?
Nella Chiesa non ci sono arrivi o partenze: c’è un flusso, un movimento silenzioso in cui lo Spirito Santo conduce dove il cuore non avrebbe mai pensato di andare. Ho accolto tutto con obbedienza, perché ho imparato che nell’obbedienza c’è la pace: non la pace che viene dalle cose che capiamo, ma quella che nasce dal lasciarsi portare.
La sua nomina a Bronte significa, comunque, un ritorno in quella parte di diocesi in cui è già stato.
La nomina nella parrocchia di Sant’Agata è stata per me una sorpresa di Dio: non immaginavo di tornare a Bronte dopo ventisette anni. Lasciai Bronte giovane, vi ritorno maturo, con un cuore che ha visto la fedeltà di Dio. Sentivo che un tempo nuovo stava per aprirsi, ma non pensavo che la strada sarebbe tornata a incrociare quella terra. Mentre mi veniva fatta la proposta, ho percepito che Dio mi chiedeva di lasciare e di andare, come Abramo: senza sapere tutto, ma sapendo che Lui è fedele. Il mio “sì” è stato pieno.
A “San Salvatore” resta un pezzo del suo cuore. Un periodo lungo che riguarda la parrocchia, ma anche l’intero quartiere a cui la chiesa fa riferimento.
“San Salvatore” è stato un laboratorio di grazia. Un quartiere periferico, una chiesa-garage, un popolo che stava nascendo. E Dio ha fatto ciò che solo Lui può fare: ha trasformato la fragilità in identità, la dispersione in comunità, la periferia in casa. C’è un canto che dice: “Guarda cosa fa Dio quando tu gli dici di sì”. È vero: quando il “sì” è sincero, Dio realizza i suoi sogni dentro la storia degli uomini. E la cosa più bella è che Dio non crea senza l’uomo: anche con chi dice “ni”, anche con chi ha paura, anche con chi non è pronto. Ha creato un popolo, una comunità, un uomo più umano e quindi più cristiano. “San Salvatore” non è più “Spartiviale”: è un nome, un volto, una storia.
“Spartiviale”, quartiere che era considerato quasi un’appendice di Biancavilla. Lei è testimone e artefice di una trasformazione sociale.
Dove nasce una chiesa, nasce umanità. E qui ce n’è tanta, tanta, tanta e tanta ancora da far crescere. Abbiamo camminato insieme: popolo e pastore. Da soli non nasce nulla. Insieme, invece, Dio compie meraviglie.
Quale messaggio lascia ai suoi parrocchiani?
Vi ho voluto bene con verità. Una verità che a volte è costata, ma che ribadirei mille volte, perché la verità è la forma dell’amore. Magari aggiustando i modi, sì… ma non il cuore. Vi chiedo una cosa sola: amate il nuovo pastore che Dio ha pensato per voi. Accoglietelo, sostenetelo, camminate con lui. Popolo e pastore insieme: così la storia diventa benedetta. Io non voglio essere un’ombra nella vostra parrocchia: voglio essere luce a Sant’Agata, e che don Nicola sia luce a San Salvatore. Così Dio potrà continuare a scrivere la sua storia.
Don Nicolò Coco si appresta ad aprire lui ogni mattina le porte della chiesa di San Salvatore. Con il passaggio delle chiavi, quale patrimonio comunitario e affettivo gli consegnerà?
Dio benedica don Nicola e il popolo di San Salvatore. Gli ho parlato come si parla a un fratello: “Don Nicolò, aiutiamoci. Aiutami quando avrò la tentazione di guardare indietro. Siamo umani, e non voglio che nessuna ombra resti nel mio cuore o nella tua comunità. Io lascio San Salvatore e voglio lasciare solo luce”. Consegno dopo venticinque anni la parrocchia di San Salvatore al popolo che l’ha fatta crescere.
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Chiesa
Il prete “cacciatore di anime”: mons. Placido Nicotra a 20 anni dalla morte
La nipote Pina ricorda il sacerdote biancavillese: «Aiutava chi viveva per strada, accoglieva i fragili»
Quella di monsignor Placido Nicotra, nato a Biancavilla nell’inverno del 1926 e morto vent’anni fa, nel 2006, è una storia che parla al presente con una forza disarmante. In un’epoca come la nostra, spesso frammentata e distratta, la sua figura riemerge come un modello di straordinaria e modernissima generosità.
Crescere a Biancavilla negli anni Trenta e Quaranta del Novecento significava respirare l’aria di un’Italia che si preparava alla guerra e poi alla faticosa ricostruzione. Quando il giovane Placido entra nel Seminario di Catania, la Chiesa italiana si sta caricando sulle spalle il peso morale e materiale di una nazione in macerie. Erano gli anni in cui i sacerdoti non stavano solo in sacrestia: erano mediatori sociali, punti di riferimento civili, costruttori di comunità. E mentre il dibattito ecclesiale e politico si concentrava sulle grandi scelte ideologiche del dopoguerra, Placido Nicotra sceglieva una strada che metteva al centro l’uomo, senza distinzioni.
Dopo il trasferimento a Roma nel 1952 e l’ordinazione sacerdotale a Napoli l’anno successivo, il suo baricentro diventa la periferia romana, in particolare Acilia. Lì, dove la povertà si faceva sentire più forte, don Placido si trasforma in un “cacciatore di anime”.
La fondazione della casa di riposo ad Acilia
La nipote Pina, portavoce dell’affetto di tutti i familiari, lo ricorda a Biancavilla Oggi descrivendo la concretezza del suo operato: «Era un sacerdote che aiutava chi viveva per strada. Accoglieva le persone più fragili e bisognose per sottrarle alla povertà».
Non c’era distanza tra la sua solida formazione intellettuale – coronata dalle lauree in Lettere, Filosofia e Psicologia, e dal prestigioso Premio Cultura ricevuto dalla Presidenza del Consiglio nel 1978 per il volume “L’uomo alla ricerca di Dio” – e le mani sporche di chi aiuta gli ultimi. La sua mente brillante, capace di dialogare con la teologia mistica di San Giovanni della Croce, restava al servizio di un’umiltà disarmante. Quell’impegno si è concretizzato nella fondazione della Casa di Riposo “Giovanni XXIII” ad Acilia, un’opera monumentale nata per dare dignità e cure agli anziani, oggi custodita e portata avanti dalla Fondazione che porta il suo nome.
Ma l’impegno di monsignor Nicotra ha toccato anche frontiere più calde. Prima del radicamento romano, l’esperienza pastorale lo aveva portato in territori complessi come la Calabria e Agrigento. Erano anni difficili, in cui un prete che parlava di riscatto sociale, che sottraeva i giovani alla strada e offriva un’alternativa alla disperazione, dava fastidio. Più volte fu minacciato dalla malavita locale, che vedeva in quel sacerdote colto una minaccia reale ai propri interessi. Eppure, lui non si è mai piegato.
La casa a Roma: un’ambasciata biancavillese
Nonostante la distanza e gli impegni nella Capitale, dove nel 2001 Giovanni Paolo II lo nominò Cappellano di Sua Santità, il cordone ombelicale con Biancavilla non fu mai reciso. Anzi, la sua casa romana era una sorta di ambasciata biancavillese. Chiunque partisse dalla Sicilia per motivi di studio, salute o lavoro sapeva che a Roma c’era un porto sicuro. Con la sua indole signorile, l’affetto spontaneo e la battuta sempre pronta, don Placido apriva le porte a tutti. Ha ospitato la banda musicale cittadina dell’amico fraterno monsignor Giosuè Chisari e, nel 2005, ormai anziano, ha spalancato la sua struttura ai giovani della chiesa madre, arrivati a Roma per l’ultimo saluto a Papa Wojtyła.
In famiglia, la sua assenza fisica dovuta agli studi e al ministero era colmata da un amore presente e organizzato. Ha voluto la madre accanto a sé a Roma, e per non farla sentire sola ha trasferito nella Capitale una parte dei nipoti, creando un ponte continuo tra la Sicilia e il Lazio, senza mai perdere i contatti con i vecchi compagni di seminario e i sacerdoti della sua giovinezza.
Monsignor Placido Nicotra ha scelto di tornare a Biancavilla anche per il suo ultimo viaggio. È morto al Policlinico Gemelli, ma per suo espresso volere i funerali si sono celebrati nella chiesa dell’Annunziata, e oggi le sue spoglie riposano nel cimitero cittadino.
Leggere la sua vita oggi, da Biancavilla o da qualunque parte del mondo in cui batta un cuore biancavillese, significa riscoprire il valore della gratuità. Monsignor Nicotra ci ricorda che la cultura ha valore solo se si trasforma in accoglienza, che il coraggio non ha bisogno di clamore, e che si può appartenere al mondo intero rimanendo, per sempre, figli della propria terra.
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Legalità, l’ufficiale dei carabinieri e l’inviato Rai all’oratorio dell’Annunziata
Incontro con il tenente colonnello dei carabinieri Vincenzo Bulla e il giornalista del Tg1 Giuseppe La Venia
Un momento di riflessione, ma anche di vicinanza e dialogo aperto con le nuove generazioni. È quello che ha vissuto l’oratorio “Don Bosco” della parrocchia Annunziata di Biancavilla, guidata da padre Giosuè Messina. Qui i ragazzi hanno avuto l’occasione di parlare di legalità, valori, rispetto delle regole e prevenzione. Due gli ospiti d’eccezione: il tenente colonnello Vincenzo Bulla, a capo del Reparto operativo del comando provinciale dei carabinieri di Agrigento, e l’inviato del Tg1, Giuseppe La Venia, che era stato già ospite in parrocchia.
Il filo conduttore del dibattito è stato il forte legame con la comunità locale. «Abbiamo ricevuto tanto da questo territorio e vogliamo trasmettere a voi ragazzi quello che abbiamo ricevuto», hanno sottolineato il tenente colonnello Bulla e il giornalista La Venia, entrambi di Adrano ed ex compagni di liceo.
Un invito accorato a coltivare e custodire cinque valori fondamentali per la crescita personale e collettiva: amicizia, rispetto, solidarietà, curiosità e apertura mentale.
Ampio spazio è stato dedicato all’importanza delle norme sociali e civili. L’incontro ha chiarito come il rispetto delle regole non debba essere visto come un limite, ma come un’autentica garanzia: «Le norme sono una tutela per la nostra libertà, altrimenti si cadrebbe nell’anarchia. Persino nel gioco le regole sono essenziali per garantire rispetto e divertimento».
Proiettati anche diversi filmati illustrativi per far conoscere ai ragazzi il lavoro quotidiano dell’Arma dei Carabinieri, le varie specializzazioni e i diversi ruoli al servizio della collettività.
Le testimonianze del militare e del cronista
Tra i temi di stretta attualità affrontati dal tenente colonnello Bulla, particolare attenzione è stata riservata al bullismo e al cyberbullismo. Sicurezza stradale: si è parlato dell’illusione di invulnerabilità che spesso colpisce i neopatentati, spingendoli ad azzardare alla guida. Il quadro peggiora drasticamente in caso di assunzione di alcol o sostanze stupefacenti, che generano il pericoloso “effetto tunnel” e azzerano i riflessi. Un richiamo è andato anche alla responsabilità civile e alle sanzioni particolarmente severe previste dal Codice della Strada.
Un dibattito arricchito con la testimonianza di Giuseppe La Venia, che ha evidenziato la fondamentale sinergia che deve sempre intercorrere tra il mondo dell’informazione e le forze dell’ordine. Il giornalista Rai ha ripercorso gli eventi legati alla cattura del boss Matteo Messina Denaro, evidenziando lo straordinario lavoro investigativo. La Venia ha sottolineato un profondo elemento di civiltà dell’ordinamento democratico: «Lo Stato ha garantito le cure mediche a Matteo Messina Denaro, malato terminale, nonostante si trattasse di un criminale latitante da decenni. La mafia non avrebbe mai fatto lo stesso. Questa è la differenza sostanziale tra la brutalità criminale e uno Stato di diritto».
“Buoni cristiani e onesti cittadini”
Un incontro intenso che lascia ai ragazzi di Biancavilla non solo nozioni di legalità, ma un prezioso bagaglio di consapevolezza civica per il loro futuro. L’inziativa è stata promossa dagli animatori dell’oratorio guidati da Salvo Cocina e Serena Leanza e dal parroco Giosuè Messina. Ha preso parte all’incontro anche il capitano Marco Savo, comandante della compagnia dei carabinieri di Paternò.
«L’oratorio – ha spiegato Cocina – ha voluto promuovere un momento di riflessione sulla legalità, coinvolgendo i giovani e la comunità. Attraverso il confronto e le testimonianze degli ospiti, si è sottolineata l’importanza di valori come il rispetto, l’onestà e la responsabilità. Seguendo l’insegnamento di don Bosco (“Buoni cristiani e onesti cittadini”), si è ricordato che la legalità inizia dai piccoli gesti quotidiani e dalla capacità di scegliere ciò che è giusto. L’incontro rappresenta un punto di partenza per un impegno condiviso tra oratorio, famiglie, scuola e istituzioni, con l’obiettivo di educare i giovani a diventare cittadini liberi, responsabili e onesti, capaci di contribuire al bene comune».
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