Cultura
Uomo giusto, autentico letterato: Sangiorgio a 26 anni dalla morte
Ventisei anni fa, il 4 marzo 1993, Biancavilla perdeva uno dei cittadini più illustri: il poeta e letterato Gerardo Sangiorgio, la cui memoria è ancora viva in quanti hanno goduto del privilegio di averlo come docente e di condividerne l’amabile conversazione sull’esistenza e sulle cose del cuore. Dolce dialogo di cuori con chi ha amato il suo paese, alla cui storia ha dedicato tanti scritti.
La sua vita fu indelebilmente segnata dalla disumana e disumanante prigionia nei Lager nazisti, patita, racconta nelle Memorie di prigionia, per essersi risolutamente rifiutato di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò, per quei tempi infausti macchia di tradimento, per i nostri atto eroico di chi non voleva con il suo sì farsi complice della barbarie nazifascista, atto che fa urlare un grazie dal profondo dell’anima, perché ha assicurato a noi delle future generazioni democrazia e libertà.
Su tale tragica esperienza tanto hanno scritto prestigiosi intellettuali, da Mineo a Cacciari, da Magris a Scalfari (si veda l’Antologia della Memoria per Gerardo Sangiorgio, Biancavilla 2011), e tanto si è detto in numerose iniziative promosse dal Comune nel Giorno della Memoria.
Oggi vorrei ricordare Gerardo per quello che egli essenzialmente è: un poeta, e uno dei più significativi della seconda metà del Novecento, come giustamente sottolineò Mineo nella brillante relazione tenuta nel giorno dell’intitolazione al suo nome della Biblioteca Comunale.
Gerardo ci ha lasciato quattro sillogi: La pietra polita del mare (1971), insignita del prestigioso premio “Stella d’Italia”, Cuore che narra (1975), Cielo e innocenza (1980), Dal cielo meco tu torni a piangere. Poesie religiose (1991).
La prima inizia all’insegna della luce, quella di Dio. Dio, mio tutto! è il titolo della lirica di apertura. A Dio Gerardo, uomo di profonda fede, affida tutto se stesso perché in Lui trova la luce capace di illuminargli il cammino terreno di conforto e speranza per vincere e dare senso al dolore, persino a quello, assurdo, dei giorni bui del Lager. Per il poeta Dio è Amore, a cui l’uomo è chiamato a dare una dimensione terrena al di là della propria debolezza per nutrire e sostanziare di dignità la relazione con l’altro, di senso la vita. Compito impossibile, certamente, ma necessario per nobilitare l’amore per una donna, per Maria, che sarà sua compagna di vita; un amore capace di aprirsi all’altro disinteressatamente, accogliendolo anche per le sue debolezze perché nobile e puro, di nutrirsi di teneri sguardi e di piccole cose, tanto più straordinarie quanto più ordinarie, e di essere riparo contro la precarietà e l’assurdo della vita. Un amore così ha il sapore dell’eterno, è destinato a resistere al tempo, anche se esso, un giorno, separerà gli amanti, perché l’amore vero rimarrà per sempre vivo nel cuore e nella memoria, che sa immortalare fatti, persone, gioie, dolori. La silloge è, in definitiva, un inno d’amore alla vita, un invito ad amare la vita, anche se la vita lo spogliò di dignità nel calvario del Lager.
L’amore è al centro anche di Cuore che narra, silloge dedicata a Maria, dove esso si fa esperienza totalizzante. Gerardo non ha bisogno d’altro per essere felice e per resistere alla precarietà della vita (Greggi sbrancati nel cielo). Anche in questa raccolta l’amore è il filo prezioso che tesse le relazioni umane, ma si apre ad una dimensione cosmica, che identifica l’estate con la felicità dell’amore, l’inverno con la tristezza dell’assenza, e si nutre di una maggiore insistenza – ed è qui un elemento nuovo – sull’unicità del singolo, tassello senza copia (Uomo), tanto sfregiata dalla disumanità del Lager.
Un tono diverso, soffuso di tristezza per il peso degli anni e del tempo, domina in Cielo e innocenza. Ormai per il poeta la vita è solo l’uggiosa faccia del quotidiano (Viale del tramonto), dove non sa scorgere che baluginio tra nebbia (Cielo e innocenza, lirica dedicata alla figlia Rita, che dà il titolo alla raccolta). Ma la tristezza non è l’ultima risposta della vita. Contro di essa si erge prepotente ancora l’amore: quello per la madre, reso vivo nella forza del ricordo, qui più presente rispetto alle sillogi precedenti, ma soprattutto quello per Maria, che conserva gli stessi intensi accenti, specialmente quando è rivissuto nel sogno della passione di un tempo, facendogli ringiovanire il cuore, perché esso per Gerardo significa amore per la vita, pace e conforto. È tale intensità di amore che gli mette nel cuore il desiderio di vivere intensamente gli ultimi anni, animandolo, come nel Lager, di speranza, simboleggiata dalla ginestra, che rifiorisce ad ogni assalto della lava (Il castagno, l’uomo, la lava), e dal Simeto, che dalle viscere della terra risorge per beverare arso di morte zolle sgretolarsi (Su pendici dell’Etna al tramonto). Speranza che si fa forte del bisogno di sognare da svegli e di guardare alla vita con l’incanto dello sguardo di bimbo, con cui il poeta tutto si protende a scrutare il breve tratto di strada rimastogli (Vita ed eternità), a trasfigurare in bellezza il creato e ad animare di alti sentimenti luoghi a lui cari, del tutto assenti nelle sillogi precedenti, segno che anche in età avanzata la vita ha ancora molto da dire, da svelare: Napoli trasuda di libertà, specie contro la belva teutonica, / uncinata l’artiglio al par di suo nefasto stimma (Napoli, sola sai vivere!), Taormina di bellezza e di memoria, Stazzo con la varietà dei suoi colori richiama quella della natura umana, il Belvedere, cui è dedicata l’unica lirica in dialetto, C’era ‘na vota a Biancavilla “u Tunnu”, chiddu beddu e assai frichintatu, è una finestra spalancata sull’infinito.
L’ultima silloge celebra interamente l’Amore di Dio, che assorbe in sé tutti i motivi ispiratori dei versi precedenti. Esso offre un’ancora di salvezza e di certezza nella precarietà della vita e annulla la paura della morte, che è rinascita alla vita vera, quella del Paradiso, pregustabile già in quella terrena nella bellezza del creato e nell’esperienza del dolore, esperienza salvifica perché fa rivivere le sofferenze del Calvario e trasforma la vita in dono di sé all’altro sull’esempio di Cristo. La vita diventa così, nell’ultimo Sangiorgio, dolorosa, ma salutare preparazione alla morte sulla via crucis, negli anni della gioventù già sentita nelle ferite sulla propria carne nei giorni del Lager. Essa non a caso chiude l’ultima lirica, Convento “S. Francesco” dei frati minori a Biancavilla, col canto della nostra contrizione intonato dal frate: “…Quia per sanctam Crucem tuam / redemisti mundum”. Canto di congedo dalla vita sotto il segno della croce, simbolo dell’Amore di Dio, che alimentò tutta la vita di Gerardo, aprendo la prima esperienza poetica e chiudendone l’ultimo sussulto, non di morte, ma di anelito a vita eterna. Vera vita, vera felicità, nutrimento vero della sua opera e del senso della sua esistenza terrena.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Cultura
Don Pasquale Castro, il prete-soldato in soccorso dei feriti della Grande Guerra
La storia del sacerdote assegnato all’amministrazione militare e impiegato nell’assistenza sanitaria
Seguendo le tracce dei religiosi biancavillesi coinvolti nella Prima Guerra Mondiale, emerge – dopo la cartolina di Placido Nicolosi ritrovata dopo oltre un secolo, come ha raccontato Biancavilla Oggi – un secondo nome. È quello di don Pasquale Castro, che tentò di diventare cappellano militare ma non ottenne mai la nomina. Un ulteriore tassello di una ricerca che continua a riservare sorprese.
I documenti che riguardano Castro appartengono a un altro tipo di memoria: quella fredda e precisa dell’amministrazione militare. Una memoria che non racconta emozioni, ma registra richieste, movimenti, incarichi e… punizioni. Per questo restituisce, dopo cento anni, un’immagine sorprendentemente pragmatica.
Pasquale Castro era nato a Biancavilla il 30 settembre del 1885. Ordinato sacerdote nel 1910 dal cardinale Giuseppe Francica Nava, proseguì gli studi a Roma, alla Pontificia Università Gregoriana. Il suo è un percorso che sembra inserirlo pienamente nella formazione del clero colto dell’epoca.
La guerra interruppe questo itinerario senza preavviso. Con la mobilitazione generale anche lui venne richiamato alle armi. Il 26 febbraio 1916 fu assegnato alla 9ª Compagnia di Sanità di Roma. Fu arruolato nell’esercito come soldato, inserito in un sistema che aveva il compito di raccogliere, assistere e smistare i feriti. È un punto importante, perché chiarisce subito la sua posizione: non quella del sacerdote accanto ai soldati per ministero religioso, ma quella dell’operatore militare dentro una struttura tecnica e organizzativa.
Svolse il ruolo di portaferiti, uno dei servizi più delicati e rischiosi, che comportava il contatto diretto con i reparti e con la realtà più immediata della guerra. Successivamente venne promosso caporale e continua il servizio nella stessa struttura sanitaria. La sua traiettoria militare seguì il ritmo tipico di migliaia di uomini impiegati nella Sanità durante il conflitto.
L’istanza per diventare cappellano militare
Tra le carte emerge un elemento che introduce una deviazione rispetto alla semplice biografia militare. Don Pasquale presentò domanda per essere nominato cappellano militare. La richiesta, però, doveva essere accompagnata da una valutazione ecclesiastica che ne attesti la capacità. Da una lettera inviata da Roma il 2 marzo 1916 al cardinale Giuseppe Francica Nava si apprende che il sacerdote fu preso in considerazione dal Vescovo di Campo, mons. Angelo Bartolomasi, ma che per perfezionare la pratica era necessario l’attestato dell’arcivescovo di Catania che certificasse la sua idoneità alla predicazione e all’amministrazione della confessione.
Castro ricordò di averne già fatto richiesta al suo arcivescovo alcuni mesi prima. Temendo che il documento fosse andato smarrito durante la spedizione, sollecitò un nuovo invio. In realtà il certificato fu rilasciato il 26 novembre 1915. In esso il cardinale Nava dichiarò don Pasquale «idoneo alla confessione e alla predicazione» e quindi capace di esercitare il ministero religioso nell’esercito come cappellano militare. Questo documento, conservato tra le carte dell’arcivescovo, dimostra che il sostegno dell’autorità ecclesiastica non mancò.
Il ruolo (molto ambito) dei cappellani militari
La nomina a cappellano consentiva agli ecclesiastici di sottrarsi alla condizione di preti-soldati e di svolgere il proprio ministero sacerdotale all’interno dell’esercito. Mentre i sacerdoti arruolati come semplici militari potevano essere destinati a incarichi non strettamente religiosi e risultavano pienamente soggetti alle esigenze dell’organizzazione militare, i cappellani erano chiamati a fornire assistenza spirituale alle truppe, celebrando le funzioni religiose, amministrando i sacramenti e offrendo sostegno morale ai soldati, ai feriti e ai morenti. Per tale motivo, la nomina a cappellano era particolarmente ambita dagli ecclesiastici. Consentiva loro di mantenere una funzione più coerente con la propria vocazione e garantiva al tempo stesso un riconoscimento ufficiale sia da parte dell’autorità ecclesiastica sia di quella militare.
Furono numerose le richieste, sostenute da raccomandazioni di diversa influenza, presentate periodicamente all’autorità competente, ossia il Vescovo Bartolomasi, al quale erano stati riconosciuti il grado di Maggiore Generale. Ai cappellani, invece, era attribuito il grado di Tenente. Tale incarico assicurava una posizione distinta rispetto a quella dei preti-soldati, pur comportando gli stessi rischi, poiché molti cappellani operavano a ridosso del fronte, negli ospedali da campo e nei posti di medicazione, condividendo le difficili condizioni e i pericoli vissuti dai combattenti.
Una nomina a cappellano che non arrivò mai
La nomina per don Pasquale Castro, tuttavia, non arrivò mai. In una successiva lettera don Pasquale manifestò al cardinale il proprio dispiacere per il mancato conferimento dell’incarico. Dello scritto non resta traccia. Si conserva, però, la risposta di Francica Nava, che lo invitava ad accettare con spirito di fede la decisione ricevuta, esortandolo a «uniformarsi al divin volere» e assicurandogli la propria preghiera. Di quella pratica, invece, non rimane alcun riscontro nella documentazione dell’amministrazione militare, che registra soltanto l’esito finale: Castro continuò il proprio servizio come soldato nella Sanità militare. Viene trasferito varie volte. Dal maggio 1917 fu inviato in zona di guerra e prestò servizio presso il 57° Ospedaletto da campo. Successivamente operò in altre strutture, tra cui il Convalescenziario di Oriolitta e l’Ospedale Tappa di Vicenza, dove rimase fino ai primi mesi del 1919.
Lontano dalla trincea o dalle prime linee
La guerra di don Pasquale non si svolse nelle trincee d’assalto o sulle prime linee, ma tra corsie, ricoveri, feriti e soldati reduci dai combattimenti. Una mobilità continua, tipica di chi si muove dentro l’apparato logistico della guerra più che dentro le sue narrazioni eroiche, riportate nei libri di storia. Il suo foglio matricolare, con la sua apparente freddezza, aggiunge dettagli, annotazioni disciplinari, infrazioni. Episodi minimi, che in un contesto militare diventano tracce registrate e conservate.
Un episodio, in particolare, strappa persino un sorriso. Mentre era in servizio, fu sorpreso durante un’uscita libera con la mantellina slacciata e con un copricapo non conforme. Per quella leggerezza ricevette cinque giorni di punizione semplice. Non fu l’unica volta. Nel giugno del 1917 si allontanò dal reparto senza autorizzazione e ricevette una nuova sanzione disciplinare. Qualche mese dopo gli venne contestata una certa trasandatezza nel servizio di caporale di reparto, circostanza che comportò i soliti cinque giorni di punizione.
Piccole vicende che nulla tolgono al suo impegno e che, anzi, rendono la sua figura straordinariamente umana. Dietro il sacerdote, il militare e il futuro canonico, si intravede un giovane uomo costretto a una vita che non aveva mai immaginato, né voluta. Un sacerdote inserito in una struttura rigida, che deve adattarsi a una disciplina che non è quella del seminario o della vita pastorale.
Don Pasquale Castro: né cappellano né combattente
Terminato il conflitto, tornò a Biancavilla. Ricevette la dichiarazione di aver servito la Patria «con fedeltà e onore», fu definitivamente prosciolto dagli obblighi militari e riprese il proprio ministero sacerdotale fino a ricoprire incarichi di rilievo in diocesi. Muore il 3 luglio 1982, a 97 anni, attraversando quasi interamente il “secolo breve”. Resta, tuttavia, una zona d’ombra che la documentazione non ci può restituire. Accanto alla quotidianità del ministero sacerdotale, alle messe celebrate, alle confessioni ascoltate e alla normalità di una vita lunga quasi un secolo, si può soltanto immaginare ciò che rimaneva nel suo spazio più intimo: il peso dei ricordi, l’eco degli eventi vissuti al fronte, immagini che non raccontò mai a nessuno.
Ciò che colpisce dell’esperienza di don Pasquale Castro è il modo in cui la guerra lo ha collocato in una posizione intermedia: non cappellano e nemmeno combattente, ma sacerdote dentro la macchina dell’esercito. Una posizione che dice molto sulla complessità della mobilitazione del clero italiano durante il conflitto, e sul fatto che non esistesse un solo modo di “essere prete” nella guerra.
Da questa pluralità di posizioni emerge l’ultima figura della ricerca. Un sacerdote biancavillese che invece fu cappellano militare vero e proprio, assegnato a una delle brigate più impegnate del fronte italiano. Nelle prossime settimane, la sua storia chiuderà il percorso, spostando lo sguardo dal mondo della Sanità a quello più diretto della presenza pastorale tra i reparti combattenti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Cultura
La notte dei presagi: così san Giovanni “entrava” nelle case dei biancavillesi
Gesti, preghiere e rituali fatti in famiglia per una delle tradizioni più affascinanti: la ricorrenza del 24 giugno
Nella notte di San Giovanni, a Biancavilla, dentro le case si compivano gesti antichi: una preghiera recitata sottovoce, della cera che cadeva in un recipiente con l’acqua e si trasformava in misteriose figure… Era una delle tradizioni più affascinanti legate alla festa celebrata il 24 giugno, che solo qualche anziano ricorda ancora.
La Chiesa attribuisce un’importanza particolare a San Giovanni Battista, Precursore di Cristo, che di lui disse: «Egli deve crescere e io diminuire». Nella tradizione cristiana, queste parole trovano un suggestivo richiamo anche nel corso del sole. La nascita del Battista viene celebrata infatti nei giorni dopo il solstizio d’estate, quando le giornate hanno raggiunto la loro massima durata e cominciano lentamente ad accorciarsi. Al contrario, il Natale cade subito dopo il solstizio d’inverno, quando la luce torna gradualmente a crescere. Come il sole diminuisce dopo la festa di San Giovanni e aumenta dopo quella di Cristo, così il Battista si ritira simbolicamente perché possa manifestarsi pienamente il Signore.
I cumpari di san Giuvanni
In tutta la Sicilia il Battista era invocato contro diverse malattie. Dopo il terremoto del 1693 molti paesi lo elessero a proprio patrono. A Biancavilla la devozione verso San Giovanni faceva parte di quella religiosità domestica, semplice e spontanea, che per secoli ha accompagnato la quotidianità delle famiglie. E che non si esprimeva soltanto nelle chiese ma anche nei cortili e tra le mura di casa, intrecciandosi con i timori, le speranze e le necessità concrete della vita. Il suo nome era legato soprattutto a un istituto sociale fondamentale: il comparatico.
I padrini e le madrine di battesimo dei figli diventavano infatti “cumpari di San Giuvanni”. Quel legame era considerato sacro e destinato a durare per tutta la vita. Tra compari si instaurava un rapporto di reciproca assistenza, solidarietà e fiducia che spesso risultava persino più forte dei legami di sangue. In una società contadina dove non esisteva assistenza sociale o altre forme di tutela pubblica, il comparatico rappresentava una vera rete di sostegno. La scelta di un padrino o di una madrina per il proprio figlio non era casuale: significava scegliere una persona sulla quale poter contare nei momenti difficili. Dietro questa tradizione emerge una fitta trama di relazioni che rafforzava la coesione della comunità e offriva sicurezza.
L’aura di san Giovanni
Quando per la famiglia si avvicinava una decisione importante — un matrimonio, l’acquisto di una casa, una partenza, un investimento – o quando incombeva una malattia grave, si ricorreva a un rituale tanto semplice quanto suggestivo. Nella notte tra il 23 e il 24 giugno, si accendeva una candela e si recitava una preghiera. Quando la cera iniziava a sciogliersi, la si lasciava cadere in un recipiente pieno d’acqua. A contatto con il liquido si solidificava rapidamente creando forme imprevedibili. Quelle immagini venivano poi interpretate come possibili indicazioni sul futuro.
Più che una pratica divinatoria nel senso moderno del termine, era un modo per affrontare l’incertezza. Oggi siamo abituati a cercare risposte nei dati, nelle statistiche o nelle consulenze specialistiche. I nostri nonni, invece, affidavano le proprie inquietudini a simboli, preghiere e rituali.
L’antropologia insegna che ogni società sviluppa strumenti per confrontarsi con ciò che non può controllare. Nelle campagne siciliane di un tempo il futuro era spesso fragile e imprevedibile: bastava una cattiva annata agricola, una malattia o un viaggio per cambiare il destino di un’intera famiglia.
Emblematico è il ricordo tramandato dal signor Carmelo C., un biancavillese. Suo padre raccontava che la nonna interrogava San Giovanni ogni volta che in famiglia si presentava una scelta importante. In una di queste occasioni un giovane parente decise di partire per le Americhe in cerca di fortuna.
Dopo la partenza, la famiglia eseguì il rituale della cera. Le forme che apparvero furono interpretate come presagi inquietanti: una testa di donna, una spada, un teschio. Per settimane l’angoscia accompagnò l’attesa delle notizie provenienti dall’altra parte dell’oceano. Solo molto tempo dopo si seppe che il giovane emigrato era rimasto gravemente ferito in seguito a una lite per motivi passionali. Fortunatamente si era salvato e, insieme alle lettere, inviò fotografie che rassicurarono definitivamente i suoi familiari.
Che si creda o meno alla capacità profetica di quei segni, il racconto restituisce il clima emotivo di un’epoca in cui la distanza e il silenzio rendevano ogni partenza un salto nell’ignoto.
Un brutto sogno? Affidamento a san Giovanni
Quando un brutto sogno turbava il risveglio, ci si affidava all’intercessione del Battista affinché il male venisse trasformato in bene. Le parole di una preghiera popolare conservano ancora oggi tutta la loro forza evocativa:
«Cchi malu sonnu ca mi ‘nzunnai,
a san Giuvanni cci ‘u cuntai.
San Giuvanni cci ‘u cuntau a Cristu:
cchi bellu sonnu ca è chistu».
Era una forma di rassicurazione. Attraverso l’orazione, la paura perdeva parte del suo potere e l’angoscia lasciava spazio alla speranza.
L’acqua di san Giovanni
La vigilia di San Giovanni era inoltre associata a un’altra tradizione oggi quasi scomparsa, ma un tempo molto diffusa tra i biancavillesi: la preparazione dell’acqua di San Giovanni.
La sera del 23 giugno si riempiva una bacinella con acqua limpida e vi si lasciavano galleggiare petali di rose, margherite e altri fiori di campo appena raccolti. Spesso si aggiungevano anche alcune erbe considerate benefiche, come il rosmarino, la menta, la malva o l’iperico.
La bacinella veniva lasciata all’aperto per tutta la notte, per assorbire la rugiada e la frescura delle ore notturne. Al sorgere del sole, l’acqua era considerata benedetta dalla natura e dal Santo. Ci si lavava il viso, accompagnando il gesto con una preghiera. Secondo la credenza popolare, essa aveva il potere di allontanare le negatività, proteggere dalle malattie e favorire il benessere durante l’anno.
Dietro questa usanza si intravede l’incontro tra tradizione cristiana e antichi riti stagionali legati al solstizio d’estate. L’acqua, elemento centrale nella missione di Giovanni Battista che battezzò Gesù nel Giordano, diventava simbolo di purificazione e di rinnovamento. Ma al tempo stesso richiamava quei gesti ancestrali con cui le comunità contadine salutavano il culmine della primavera e l’ingresso nella stagione estiva, affidando alla natura il desiderio di salute, prosperità e protezione.
Anche in questo caso il significato più profondo del rito andava oltre la semplice credenza. Lavarsi con l’acqua di San Giovanni significava iniziare una nuova giornata – e simbolicamente una nuova stagione della vita – lasciandosi alle spalle preoccupazioni, malanni e cattivi pensieri. Un gesto che trasformava la fede in esperienza concreta e ricordava come il sacro fosse intimamente intrecciato ai ritmi della natura.
L’erba di san Giovanni
La notte di San Giovanni era legata anche alla natura e ai suoi doni. Tra le erbe raccolte in quei giorni occupava un posto speciale l’iperico, conosciuto come “Erva di San Giuvanni”. Considerato una pianta benefica, cresceva spontaneo nelle campagne. Con esso si preparavano decotti e rimedi popolari utilizzati contro diversi disturbi; le foglie trovavano impiego anche per favorire la cicatrizzazione delle ferite.
Il rosolio di san Giovanni
Il 24 giugno era anche il giorno di un’altra tradizione: la preparazione del rosolio nocino. Le massaie attendevano quella data con attenzione e chiedevano ai mariti di portare dalla campagna delle noci ancora acerbe. Queste poi venivano tagliate e sistemate nei buttigghiuna di vetro insieme a zucchero, alcool e vino. Poi iniziava l’attesa. I recipienti si deponevano in luoghi freschi, al riparo dalla luce per quaranta giorni. Il tempo compiva la sua opera, trasformando ingredienti semplici in un liquore dal sapore caratteristico. Il rosolio avrebbe trovato posto nelle occasioni più liete della vita familiare: durante le visite importanti, nei ricevimenti domestici, nelle feste e nelle ricorrenze.
San Giovanni, festa con radici contadine
La festa di San Giovanni, profondamente legata alla cultura contadina era un momento in cui natura, famiglia, lavoro e fede si incontravano. Raccolta delle erbe, preparazione del liquore, preghiere e rituali domestici erano tasselli di una stessa visione del mondo.
Oggi molte di queste tradizioni sopravvivono soltanto nei racconti degli anziani. La modernità ha cambiato il modo di vivere la religiosità, le relazioni sociali e persino il rapporto con il tempo. Eppure il bisogno che alimentava quei gesti non è scomparso. Anche l’uomo contemporaneo continua a interrogarsi sul futuro, a cercare rassicurazioni nei momenti difficili, a costruire legami di fiducia e a custodire piccoli riti personali che lo aiutino ad affrontare l’incertezza. Forse è per questo che la memoria della notte di San Giovanni continua a esercitare il suo fascino. Dietro una candela accesa, una preghiera sussurrata, un mazzetto di erbe raccolte, si nasconde qualcosa che appartiene a ogni epoca: il desiderio umano di dare significato al tempo, agli affetti e al mistero della vita.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
-
Biancavilla siamo noi4 settimane agoMai un intervento di manutenzione, è così da anni: le “voragini” di via Laudani
-
Istituzioni4 settimane agoServizio idrico, Bonanno e gli altri sindaci stracciano il contratto con la Sie
-
In città2 settimane agoBiancavilla, i big del jazz per quattro serate memorabili a Villa delle Favare
-
Chiesa4 settimane agoLa parrocchia Annunziata accoglie lo scapolare di Papa Giovanni Paolo II



