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«Down, spasticu, frociu»: quando le parole feriscono il senso di civiltà

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Blog Carmelo Mazzaglia

Uno dei pilastri per una buona integrazione e per un’accessibilità piena è la consapevolezza e la conoscenza da parte della gente di molti termini riferiti a patologie, disabilità o altro, utilizzati però per offendere o semplicemente per “scherzare”.

A Biancavilla un fatto molto diffuso è l’utilizzo di molti termini tipo “down, handicappato, spastico, zingaro, frociu ecc…” in modo inappropriato da parte di bambini, adulti e anziani. Termini utilizzati alla leggera, senza pensare al significato e al fatto che utilizzati in questo modo divengono un “discriminante” per chi ci convive e un contagio di pensiero a considerare “diverse” le persone a causa del proprio stato di salute o di pensiero.

“Pezzu di menomato ti scannu”, “si down ca nan ci rinesci?”, “zingaru ‘o laviti”, “si andicappatu chiù di ta patri”,  “pezzu di frociu a unni a statu?”, “au a si spasticu avi du uri ca ti ceccu”: queste sono solo alcune delle citazioni con termini a cui vengono attribuiti significati totalmente sbagliati, utilizzati in modo a dir poco assurdo e per scopi di offesa o scherzo.

È probabile che chi usa questi termini non abbia coscienza e consapevolezza del significato, ma sicuramente li usa in malo modo.

Sfido chiunque utilizzi le frasi qui sopra menzionate a dedicare 10 minuti alla ricerca del loro significato e poi, se vogliono, potranno continuare ad usarle ma, almeno, sapranno di cosa stanno parlando.  Bisognerebbe fare qualcosa di concreto per integrare nella città la conoscenza lessicale, da cui passa anche il senso di civiltà.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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1 Commento

1 Commento

  1. serena89

    11 Ottobre 2014 at 7:55

    Certo che sentire un anziano che dice “zingaru o laviti” sarebbe un po’ strano!
    Comunque, non credo che la colpa sia dell’ignoranza lessicale! Molto spesso, ad esempio, è di cattivo gusto quando ci si rivolge ad una ragazza dandole della poco di buono!
    E allora? Tutti sappiamo il significato delle parole che utilizziamo comunemente per screditare, ma malgrado ciò le utilizziamo lo stesso!

    A mio avviso, l’unica possibile soluzione è non rispondere a tono, non dar sazio al vigliacco di turno che apostrofa malamente la gente!

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Detto tra blog

Un maschilismo arcaico duro a morire: basta sfogliare l’albo degli scrutatori

Accade ancora nel 2022: i nominativi delle donne sposate, accostati al cognome dei mariti

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In attesa della consultazione referendaria del 12 giugno, scorrendo l’albo degli scrutatori del Comune di Biancavilla, mi sono accorta che le donne sono identificate mediante nome, cognome e… il cognome del marito. Anzi, peggio, sono esattamente identificate nella forma: Anna Rossi IN Verdi.

Ebbene sì, nell’epoca in cui in Italia finalmente è intervenuta la Corte costituzionale sul doppio cognome, a Biancavilla (certamente come altrove) si sente ancora la necessità di identificare l’appartenenza della donna a un uomo. Ciò, in barba a quanto già da oltre 60 anni ha statuito la Corte di Cassazione. La norma del Codice Civile prevede che il cognome del marito vada aggiunto a quello della moglie quale un diritto della donna, non per obbligo.

Pertanto, non essendo previsto alcun automatismo e volendo, per logica, escludere che tutte le donne di Biancavilla abbiano chiesto l’aggiunta del cognome del marito al proprio, devo concludere che siamo tristemente alle solite.

Infatti, a prescindere dal dato normativo e/o dall’eventuale impostazione tecnica del software utilizzato dal Comune di Biancavilla (e da altri Comuni, come presumo che sia), trovo tutto ciò arcaico, gretto, maschilista e sessista. E non posso che leggerlo come un rimando ad una subcultura sociale degli anni che furono, che fatica a cambiare.

Ipocrisie e subcultura patriarcale

L’importante, però, è che il 25 novembre e l’8 marzo si parli a sproposito di parità di genere, di uguaglianza di diritti. E si urli a gran voce “No alla violenza sulle donne”. Ed ancora più importante è che se ne parli durante le campagne elettorali. L’argomento “donne” è noiosamente utilizzato per acchiappare voti da parte di uomini e di donne che, di fatto, parliamoci chiaro, non sanno neanche quello che dicono.

La nostra ipocrita società non si rende conto che la mentalità e la subcultura maschilista e patriarcale imperanti nel nostro Paese abbiano origine in primis negli stereotipi di genere e familiari che noi stessi alimentiamo. Ne è un esempio l’identificazione della donna con l’aggiunta del cognome del marito. Oppure con l’utilizzo dell’odiosissima espressione “capo famiglia”. O ancora, con l’utilizzo in numerosi moduli di Istituzioni pubbliche (anche scuole!) dell’arcaica definizione di “patria potestà” in luogo della definizione corretta “responsabilità genitoriale”.

C’è da piangere. E c’è ancor più da piangere a pensare che, puntualmente, si debbano sollevare questi argomenti tramite Biancavilla Oggi, unica testata che abbia questa sensibilità. Possibile che nessuno dei politici (donne e uomini) di Biancavilla ed esponenti della cosiddetta società civile se ne siano accorti? Possibile che l’utilizzo di Anna Rossi IN Verdi non abbia disturbato nessuno? È mai possibile? A Biancavilla, sì. Possibilissimo.

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